Pensieri sparsi e considerazioni sulla squadra più bella del mondo: per noi, c'è solo l'U.C. Sampdoria.
«I tifosi della Sampdoria hanno perso a Wembley e hanno cantato, hanno visto andare via Vialli e hanno cantato. Finché i tifosi della Sampdoria canteranno non ci saranno problemi per il futuro» (Paolo Mantovani)
Per una sera, mi è sembrato di rivedere la Sampdoria della passata stagione, ancora più accentuata nei suoi pregi e difetti. La squadra di Giampaolo esce con una sconfitta per 3-2 sul campo dell'Inter, ma il punteggio non racconta tutta la verità. Se da una parte c'è la soddisfazione per la reazione, dall'altra si spera che la prima ora di nulla sia stato solo un brutto episodio.
Marco Giampaolo, 50 anni, e Luciano Spalletti, 58, negli abbracci pre-partita.
La Sampdoria è reduce dal 5-0 al Crotone e contro l'Inter si gioca la solida candidatura di outsider del campionato. Pensate all'Atalanta 2016-17: solo dopo le vittorie casalinghe contro Napoli e Roma si cominciò a pensare ai nerazzurri come la vera rivelazione della stagione. Allo stesso modo, le chance blucerchiate passano da San Siro.
Spalletti propone il solito undici, ormai consolidato nelle ultime settimane; diverso l'atteggiamento di Giampaolo, che ripone sia Linetty che Caprari, preferendo il rientro tra i titolari di Barreto e Ramírez per la partita a San Siro. Cambio anche sui terzini, dove Bereszynski e Murru sono i titolari per la gara meneghina.
Il primo tempo è un'illusione: i primi 10' degli ospiti sono incoraggianti, con il pressing alto e il un paio di tiri. Poi l'uragano Inter: prima Candreva sfiora il vantaggio, poi è D'Ambrosio a riprovarci con poca fortuna. L'ennesimo tiro di Candreva finito in corner - deviato da Puggioni - è il preludio al vantaggio nerazzurro.
Sul corner, infatti, la spizzata in area porta Skriniar solo davanti a Puggioni: lo slovacco - ex della gara - viene perso e batte Puggioni in scivolata. Non bastano 10' di pausa a calmare l'Inter: prima Puggioni rinvia male e regala un tiro a porta vuota a Perisic (il palo lo salva), poi Icardi impegna il portiere blucerchiato di testa.
Anche qui, è il preludio a un'altra rete nerazzurra: su cross di Candreva, Silvestre respinge e Bereszynski stringe senza motivo su Perisic. Alle spalle, Icardi raccoglie la respinta e calcia al volo: 2-0 e partita in salita. Prima dell'intervallo, è ancora Icardi a cogliere il palo da corner con un bel colpo di testa. Un massacro.
Giampaolo si gioca la carta Caprari al posto dell'invisibile Ramírez: funziona, ma non subito. Il 9 ospite sfiora subito il gol su punizione, ma l'Inter trova il 3-0: bell'azione in profondità e Perisic serve Icardi, non tagliato fuori da Bereszynski. Sembra il game over, con Perisic che coglie la traversa al 62'. Eppure, qualcosa succede.
Scampato il pericolo del 4-0, la Samp trova subito il 3-1 con Kownacki, ben servito da Quagliarella: è il secondo gol consecutivo per il polacco. Da quel momento, l'Inter - forse anche stanca per lo sforzo profuso tra Napoli e l'ottima ora di calcio appena proposta - cala e trova solo un paio di tiri, su cui Puggioni fa gli straordinari (specie su Icardi all'86').
Di contro, la Samp prende in mano il gioco, con Quagliarella che spreca un'importante chance e poi trova il 3-2 su assist pennellato di Praet. L'ultima occasione per un clamoroso pari in rimonta è sui piedi di Caprari, ma il cross di Murru è difficile da mandare in porta. Finisce con la vittoria dell'Inter e in fondo è giusto così.
Un 3-2 con (poche) note positive e molto su cui lavorare con le grandi.
Prima nota: complimenti a Luciano Spalletti. Tecnicamente, l'Inter gioca con la stessa coppia di terzini e l'attacco dell'anno scorso, eppure le aggiunte di Skriniar, Vecino e Borja Valero - unite al suo sapiente gioco - hanno fatto la differenza. Il lavoro del tecnico di Certaldo è già da MVP e dimostra come certi uomini della panchina sappiano fare la differenza.
Che dire invece della Sampdoria? Qualche nota positiva c'è: l'opzione Caprari trequartista ha funzionato anche contro una delle due squadre imbattute nel campionato. Una volta data la palla al 9 alle spalle di Vecino e Gagliardini, si è visto molto. Ferrari continua a integrarsi, anche se per lui non è stata comunque una serata facile.
Le notizie cattive, però, sono molteplici. Era dall'ultima gara dello scorso campionato - quella casalinga contro il Napoli - che non vedevo la Samp così schiacciata e dominata. Non era successo nemmeno a Udine, neanche con l'uomo in meno e sotto 3-0. Evidentemente la differenza tecnica tra i due avversari ha pesato.
Malissimo Barreto e Murru, male Puggioni e anche Bereszynski. Saranno serate, ma ci sono un paio di questioni tecniche che andranno risolte. 1) Vista la necessità di arrivare a Strinic il 30 di agosto, i 12 milioni per Murru sono un investimento fallito? 2) Forse serve Viviano per manovrare meglio il pallone? 3) Linetty merita un posto da titolare senza se e ma?
Ci pensa il calendario a darci occasioni per rispondere a tali domande: domenica la Samp ospiterà il Chievo Verona, che - nonostante la brutta batosta con il Milan - rimane un bel test. Battere il "Pandoro meccanico" non sarà facile e forse definirà le prospettive della Samp per il prossimo futuro. Lo farà più chiaramente che a Milano.
Mauro Icardi, 24 anni, ancora a segno (due volte) contro la sua ex squadra.
«Ho sbagliato per
sbagliare, non perché lo dite voi.
E non mi pento proprio,
sono in riserva ormai
Io ci credo in quel che
voglio, e forse voglio farmi male
E non mi riconosco in
quello che conviene».
Se Antonio
Cassano fosse una canzone, non ci sono liriche che potrebbero descrivere la sua
vita calcistica meglio di queste. A 34 anni, la sua carriera sembra ai titoli
di coda ed è triste dirlo, visto che chiunque l’abbia visto nel suo prime potrà certamente condividere un
concetto: Antonio Cassano è stato uno dei più grandi talenti prodotti
dall’Italia nel dopo-guerra.
Almeno dal
punto di vista tecnico, è difficile trovare una possibile controindicazione a
questa visione. Il problema di Cassano è risieduto altrove, nell’incrollabile
immagine (e per molto tempo essenza) che l’ha inquadrato come l’esempio
paradigmatico del concetto di “genio e sregolatezza”. Un topos narrativo che
l’Italia ama molto: altrimenti non avremmo avuto i Beccalossi negli anni ’80 e
non si spiegherebbe perché i primi due gol di Balotelli a Nizza abbiano qualche
rilevanza.
Ma Cassano è
stato diverso: in direzione ostinata e contraria, fedele solo a sé stesso.
Tuttavia, anche quest’orientamento ha subito delle evoluzioni in 17 anni di
carriera: perché Cassano è comunque cambiato. Magari non in campo (o almeno non
così tanto), dove gli piace continuare a vederla a modo suo, con qualche rara
eccezione.
Non siamo i soli a
porci qualche domanda da sliding doors.
Cassano
sembra esser cambiato fuori. Rimane un testardo ai limiti dell’autolesionismo,
uno che avrebbe potuto avere un’altra parabola con la metà delle follie
combinate in carriera: non si è mai piegato a nulla, se non a una città sul
mare che non ha mai smesso di amare. Oggi, però, Cassano sembra un indiano solo
nella sua riserva prescelta, un deviato coerente nella sua logica, anarchico a
ogni costo, ma con i suoi riferimenti.
Sembra
passata una vita dal 2008, quando uscì il suo libro, scritto a quattro mani con
il giornalista Pierluigi Pardo: «Se quel Bari-Inter non ci
fosse stato, sarei diventato un rapinatore o uno scippatore, comunque un
delinquente. Molte persone che conosco sono state arruolate dai clan. Quella
partita e il mio talento mi hanno portato via dalla prospettiva di una vita di
merda. Ero povero, ma tengo a precisare che nella mia vita non ho mai lavorato
anche perché non so fare nulla. A oggi mi sono fatto 17 anni da disgraziato e 9
da miliardario me ne mancano ancora 8, prima di pareggiare».
Visto che il
conto sembra ormai in pari (temporalmente e soprattutto economicamente), abbiamo
scelto dieci gol per raccontare uno dei talenti più cristallini e controversi
dell’intera storia del nostro calcio.
1. Bari-Inter 2-1, 18 dicembre 1999 – Serie
A 1999/2000
Due dettagli
vengono alla mente pensando a quella sera. Il primo è quello di Caressa, che in
telecronaca ci racconta che «abbiamo visto due grandi gol». Già, perché oltre
alla nascita di Cassano, ci sarebbe anche quella di Michael
"Hugo" Enyinnaya, compagno di primavera in quel di Bari e autore
di un’altra rete-monstre. Poteva essere il primo di tanti successi, invece sarà
la one-hit wonder del
nigeriano.
Il secondo riguarda
la vittima designata del Millennium Bug
del calcio italiano. A pochi giorni dall’inizio del nuovo millennio, il giovane
numero 18 del Bari segna il suo primo gol da professionista – e che gol! – alla
sua squadra del cuore, allenata in quel momento dall’allenatore che meno l’ha
apprezzato e che forse ha incarnato di più quei valori di regolarità da cui
Cassano è sempre fuggito.
Si intravedono
già alcuni colpi, soprattutto il marchio di fabbrica, quel controllo magnetico
che sfida le leggi della fisica (lo si nota anche qui e qui). Sembra quasi che Cassano
abbia capito meglio degli altri l’andazzo «Chi ben comincia è a metà dell’opera».
In questo tipo di gol, il suo stop gli fa guadagnare un tempo sull’avversario,
che è già in ritardo quando Cassano è pronto a eseguire il tiro.
Tuttavia, il
suo talento grezzo è da svezzare e l’apporto realizzativo è ancora basso (sei
gol in un anno e mezzo). Soprattutto il Bari è in una situazione complicata e
Cassano vive situazioni contrapposte nello stesso club: da una parte il
rapporto padre-figlio con Fascetti, dall’altra la poca intesa con la presidenza
Matarrese.
Nella
seconda stagione con i Galletti, le ultime partite neanche le gioca perché è
già della Roma. Nelle ultime dieci, il Bari ne perde nove e scende in B:
l’unico punto è nell’ultima presenza di Cassano col Bari. Per altro,
quest’ambiguità di rapporto è perdurata anche negli ultimi anni: persino da
svincolato, Cassano non è mai tornato a Bari, nonostante gli applausi per lui al
San Nicola non siano mai mancati.
2. Roma-Hellas Verona 3-2, 13 gennaio 2002
– Serie A 2001/02
L’arrivo
nella Capitale di Cassano è un terremoto a crescita graduale. Roma accoglie un
ragazzo pieno di eccessi, che dovrà inserirsi nella rigida disciplina di Fabio
Capello dopo un investimento pesante da parte dei Sensi (50 miliardi più metà
del cartellino di Gaetano D’Agostino). Il suo primo anno a Roma è di
apprendimento: i giallorossi hanno appena vinto il terzo scudetto con il
3-4-1-2 e ci sono alcune pedine insostituibili.
Nonostante
lo aspetti il primo anno di decadimento, non si può panchinare Batistuta dopo
il contributo per lo Scudetto dell’anno precedente. Non si può rinunciare
nemmeno a Marco Delvecchio, fondamentale per duttilità tattica e capacità di
sacrificio. Per non parlare di Francesco Totti, che ormai è conosciuto anche a
livello internazionale (5° nella classifica del Pallone d’Oro 2001: miglior
risultato personale di sempre).
Così Cassano
funge da dodicesimo uomo insieme a un gruppo ristretto di giocatori da
alternare ai titolarissimi (Montella, Marcos Assunção, Lima) e si guadagna
spazio lungo il corso della stagione. Continua a segnare poco, ma è normale:
non è facile mettersi in mostra quando su 30 partite giocate, 23 sono da
subentrante.
Il tutto
nonostante Cassano inizi a diffondere la sua fama non propriamente benefica
(per lui o per gli altri): litigi, comportamenti poco professionali o non
conformi all’ambiente, azioni fuori dalle righe. Tutto si comprime in un’unica
parola menzionata da Capello, che ha avuto persino il riconoscimento della
Treccani: “cassanata s. f. (scherz. iron.) Gesto, comportamento, trovata,
tipici del calciatore Antonio Cassano”.
Quando le
tue azioni diventano un neologismo, in ogni caso, puoi dire di aver lasciato un
segno. C’è anche un gradiente di queste cassanate da 1 a 10: il grado minimo è
lasciare il cellulare acceso a tavola nonostante Capello ti abbia detto di non
farlo. Un buon 8 sono le corna
all’arbitro Rosetti nella finale di Coppa Italia un anno più tardi. Per il
10 – inteso come massima unione di autolesionismo e conseguenze dannose – ci
sarà tempo.
3. Roma-Juventus, 1 dicembre 2002 – Serie A
2002/03
Quell’anno
deve esser stato utile anche per sviluppare e coltivare la miglior partnership vista nel calcio italiano degli
ultimi anni. Totti e Cassano non potrebbero esser più diversi dal punto di
vista caratteriale, ma nessuno dei due ha mai negato di essersi divertito con
l’altro sul campo. E l’apice di questo codice segreto tra i due, ma visibile a
tutti, è il gol alla Juve in una fredda serata del 2002.
Non è
calcio, ma telecinesi: è vero che Totti è sempre stato in grado di giocare con
un tempo d’anticipo rispetto ai suoi avversari, ma è anche vero che Cassano è
stato in grado di parlare la sua stessa lingua, nonostante doti diverse dal
punto di vista fisico e tattico.
In diversi
momenti della sua carriera, Cassano ha ribadito sempre come Totti sia stato il partner migliore. Il
desiderio di giocarci insieme una volta arrivato a Roma, la stima tecnica e
umana (Cassano ha vissuto da Totti per un periodo), poi un litigio dovuto alla
mancanza di rispetto del giovane barese e infine una sorta di indifferenza
perenne, nonostante la guasconeria di Cassano a ogni incontro tra i due.
I percorsi
tecnici dei due si intersecano al momento giusto: Totti segna 55 gol tra il
2002 e il 2005, germogliando dentro di sé quelle doti da prima punta letale che
poi Spalletti sfrutterà spostandolo nella posizione di falso nueve. Cassano, al contrario, è ancora mobile lungo tutto
l’arco del campo: non si piazza ancora sul vertice alto a sinistra dell’area di
rigore.
Capaci di
giocare simultaneamente da prima e seconda punta, i due diventano una coppia
esplosiva. E il gol alla Juve lo dimostra in pieno. Il 2002-03 è una stagione
tremenda per la Roma (intrappolata tra equivoci tecnici e risultati
altalenanti), ma per Cassano è il trampolino per responsabilità più importanti.
4. Polonia-Italia 3-1, 12 novembre 2003 – Amichevole
a Varsavia
A 34 anni e
dopo il suo primo Mondiale, possiamo dire che Cassano ha chiuso con la
nazionale. Un rapporto mai facile, spesso pieno di ombre e contrasti che non
l’hanno portato lontano. Ancora una volta, il rapporto con i rispettivi
allenatori è stato fondamentale.
Cassano è in
età da U-21 quando esordisce in nazionale maggiore, ma con Gentile le cose non
vanno bene. E allora Trapattoni lo chiama per un’amichevole in Polonia:
l’Italia perde 3-1, ma l’attaccante della Roma segna il suo primo gol
all’esordio assoluto in nazionale. Ed è una gemma esemplificativa del suo
repertorio.
Prima e soprattutto
dopo quella rete, tanti atteggiamenti e qualche ostracismo hanno impedito a
Cassano di fiorire in nazionale, nonostante a un certo punto il bacino di
talento si sia incredibilmente ristretto. Del suo bilancio in azzurro (39
presenze e dieci gol), rimane il contributo importante in tre diversi Europei
in cui ha avuto altrettanti allenatori (Trapattoni, Donadoni e Prandelli).
Ciò
nonostante, il rimpianto Mondiale è rimasto fino al 2014, quando Cassano si è
conquistato la convocazione alla sua prima Coppa del Mondo grazie alle magie
con il Parma. Forse è stato anche poco sopportato dai suoi compagni di squadra,
memori del passato e di alcune uscite mediatiche poco felici.
Nonostante
tutte le smentite di rito, Cassano si è probabilmente sentito più malvoluto che
amato dal suo paese. Troppo unico per essere capito, troppo bizzarro per esser
compreso fino in fondo, troppo bizzoso per esser assecondato a certi livelli.
Quel livello nel quale l’attitudine da “soldatino” – da lui tanto
rigettata – sarebbe servita.
5. Roma-Juventus 4-0, 8 febbraio 2004 – Serie
A 2003/04
Qualche mese
più tardi, lo stesso avversario della stagione precedente certifica l’upgrade definitivo di Cassano da
promessa a stella. O almeno così sembra. Non c’è dubbio che sia così dal punto
di vista tecnico: lo si vede nella cavalcata della Roma fino alla fine del
girone d’andata, quando la squadra di Capello domina il campionato prima di
perdere lo scontro diretto con il Milan e deragliare per il resto della
stagione.
In quella
gara Cassano fa quel che vuole. L’intesa con Totti è ai massimi livelli nel
4-4-2 di Capello; lui è cresciuto ancora tecnicamente e fisicamente e la Juve
nonostante Lippi non è in grado di tenere il passo delle due duellanti per il
titolo. Cassano chiude la gara con un bilancio di un rigore guadagnato e una
doppietta.
A colpire,
però, è il gol del 4-0. Sembra una rete facilissima – smarcato, solo, con
Buffon a rincorrerlo in porta – ma in realtà evidenzia un’altra dote di
Cassano: il colpo di testa.
Un punto di
forza che l’attaccante ha mostrato in diverse fasi della sua carriera, visto
che Cassano ha segnato tanti gol di testa (anche a Madrid, a Genova e a Milano). E non è proprio facile
colpire il pallone con quel poco angolo di torsione della testa, stando praticamente
fermi sul cross di Mancini. Ci vuole talento anche per questo.
Poi Cassano
ci dà la dimostrazione visiva di come “io sono più forte, ve lo faccio vedere e
me ne frego”: il 18 giallorosso rompe la bandierina, si prende un giallo
gratuito e ha una breve discussione con Collina. Ma soprattutto il 2003-04 è la
miglior stagione in A di Cassano dal punto di vista realizzativo (14 gol).
6. Levante-Real Madrid 1-4, 10 settembre 2006
– La Liga 2006/07
Dopo aver
messo la firma sul gol
più importante di un travagliato 2004/05 (quello che ha salvato la Roma a
Bergamo da guai peggiori), Cassano sente la necessità di andar via. La sente
anche la società, incapace di gestirlo da quando Capello è andato via. Al suo
posto si sono succeduti Rudi Völler, Delneri, Bruno Conti e Spalletti, ma
nessuno è riuscito a contenere il suo profilo sempre più ingombrante.
L’accordo
con la Roma scade nel giugno del 2006 e la società non vuol offrire una cifra
più alta rispetto ai 3,2 milioni già pattuiti. In più, la società decide di
togliere a Cassano i gradi di vice-capitano: una scelta che lo fa infuriare e
che cancella
qualunque possibilità di rinnovo, nonostante nel settembre del 2005 ci fosse
stato qualche
segnale di speranza.
Così arriva
il Real Madrid, che lo acquista per appena cinque milioni di euro. Ci sarebbero
Inter e Juventus, ma come ha detto Cassano in un’intervista ad AS qualche mese
fa: «Con tutti quei campioni, come potevo dire di no? La verità è che a Madrid
si possono seguire due vie: si può stare con la famiglia ed esser
professionali, ma se sei single non puoi essere concentrato. Con un contratto
di cinque anni alle spalle, sono stato uno stupido».
Forse aveva
conquistato il Real già nelle occasioni precedenti in cui la Roma ha affrontato
i Blancos in Champions (ben sei nel
giro di quattro anni), come quando Cassano segna al Bernabeu portando la Roma momentaneamente sul 2-0.
E l’avventura inizia anche bene: gol al Betis in coppa dopo esser entrato da
tre minuti, altra rete nel derby di Madrid. Però l’allenatore Juan Ramón López
Caro vorrebbe vederlo in una condizione migliore, non quella parodiata da
Carlos Latre, comico spagnolo.
Lo chiamano El Gordito (“Il grassottello”, per
distanziarlo da Ronaldo, anch’egli in condizioni non eccellenti), ma l’arrivo
di Capello nell’estate del 2006 sembra essere una benedizione. Nonostante gli
arrivi di van Nistelrooy e del giovane Higuain, Cassano trova spazio
all’inizio, segnando anche un gol contro il Levante.
A fine
ottobre, il Real lo mette fuori rosa: qualcuno pensa per l’imitazione di Capello da
parte dell’attaccante, ma in realtà Cassano ha confessato come 45’ di
riscaldamento a Jerez lo abbiano portato al litigio con Capello («Ma aveva
ragione lui»). Don Fabio vincerà la Liga e Cassano decide di lasciare Madrid.
Vuole tornare sul mare e c’è qualcuno che lo aspetta.
7. Palermo-Samp 0-2, 11 maggio 2008 – Serie
A 2007/08
La stagione
2007-08 di Antonio Cassano è la migliore della sua intera
carriera per topos narrativo (quella della rinascita: le opere prime sono
solitamente le migliori…) e il combinato di gol e assist (9+6, ma se
analizzassimo i passaggi chiave e i dribbling riusciti qualunque contenitore
statistico impazzirebbe). Un’annata notevole non tanto nelle cifre, bensì
pensando a dove Cassano era rimasto appena un anno prima.
La punizione
messa nel sette al Barbera – manco fossimo in modalità allenamento-sfida a Pro
Evolution Soccer – mette in evidenza un altro fondamentale straordinario nel
bagaglio tecnico di Cassano. Mi sono sempre chiesto perché al massimo del suo prime i creatori di videogiochi non gli
avessero dato un buon 95 nella precisione del tiro.
Più che la
precisione, ha sempre stupito la sua capacità di controllare la potenza da
dosare nel pallone. Cassano è capace di piazzare col piatto con fare da
giocatore pro di biliardo o sparare una bomba da 25-30 metri. Ha sempre
preferito la prima perché è l’esecuzione che più confà il suo gioco, ma
entrambe le strade sono sempre state percorribili.
Alla Samp ha
trovato il suo eden: il 2008-09 è la certificazione definitiva. 15 gol e 17
assist in una stagione che per il Doria sarà più di rimpianti che di gioie. Le
intemperanze non mancano
come al solito, ma a Genova le maglie sono più larghe: si è capito che con
Cassano si può andare lontano.
8. Samp-Palermo 1-1, 6 gennaio 2010 – Serie
A 2009/10
La Lanterna è
una purificazione: l’ambiente di Genova – che ha qualcosa della sua Bari, oltre
al mare – mette Cassano al riparo da molte distrazioni. Certo, «si può togliere
il ragazzo dal ghetto, ma non il ghetto dal ragazzo» e quindi non tutto fila
tranquillo. Ma Cassano ha piena libertà da Mazzarri di stazionare sull’area
centro-sinistra del campo: da lì arrivano tanti assist e diversi gol, con due
stagioni consecutive in doppia cifra in A (10+12): mai successo prima e dopo la
parentesi genovese.
L’incontro
con Gigi Delneri – in arrivo al Doria dopo un ottimo biennio a Bergamo – ha un
che di particolare. Per due motivi: a) Delneri ha già incrociato Cassano e ha
fallito nel gestirlo a Roma; b) Delneri in un anno riesce a entrare in una
categoria a parte degli allenatori avuti da Cassano: quelli che hanno cambiato
la considerazione che il barese aveva di loro. E non solo a livello
caratteriale.
Quando
arriva nell’estate 2009, Delneri deve adattare il suo 4-4-2 alla coppia
d’attacco Cassano-Pazzini. A un certo punto, però, qualcosa s’inclina: Cassano
finisce fuori dai titolari per scelta
tecnica (sebbene si pensi a un litigio) e la sua cessione alla Fiorentina
sembra cosa fatta, ma tutto salta all’ultimo. La Samp naviga bene senza Cassano
e quando il 99 rientra, lui suggella una gara contro la Juve con un gol da 40 metri.
Il
campionato si concluderà con la qualificazione al preliminare di Champions
League e Cassano farà ammenda tecnica per la prima volta in vita sua: «Il
mister ha fatto le sue scelte e io le ho accettate a malincuore: quando sono
rientrato ho dimostrato di poter fare la differenza. All'inizio ero scettico
(sulla nuova posizione, più vicina alla porta, ndr), ma poi ci siamo capiti: abbiamo
fatto qualcosa di stratosferico».
Nel pieno
della sua maturità calcistica, al 28enne Cassano riesce praticamentetutto. Il simbolo di questa
completa e assoluta consapevolezza del suo talento è un gol che probabilmente
pochi ricorderanno: una rete al Palermo in uno scialbo 1-1.
Se Cassano
ha ormai massimizzato il controllo degli spazi (con alcuni passaggi filtranti
da “Assist 101”), qui
c’è tutto il talento di Cassano nell’utilizzare al massimo le sue risorse. Su
di lui c’è il giovane Kjær, a cui rende 15 centimetri. Ma il 99 blucerchiato si
avvicina quasi casualmente, sceglie la posizione giusta e usa quella forza
nascosta che ha nella parte bassa del corpo (baricentro e delle gambe
granitiche) per difendere la sua porzione di campo.
Il danese
tenta un salto scomposto, ormai in posizione di debolezza, e cerca un fallo per
un contatto troppo veniale. Nonostante Kjær, Cassano è riuscito a stoppare la
palla in maniera sufficientemente adeguata: viste le condizioni del contatto,
direi ottime. Punta la porta: vorrebbe la soluzione Pazzini, ma Bovo chiude
qualunque spazio e allora attende che Sirigu vada giù. Quando vede che anche
quest’opzione è preclusa, va con il colpo da biliardo già accennato in
precedenza.
Finalmente
Cassano ha tutto quello che vuole: un ambiente che lo idolatra in maniera
assoluta, un gruppo che lo sostiene, un contesto che lo valorizza al massimo
anche dal punto di vista tecnico. O almeno così sembra, fino a una mattina di
fine ottobre dove il grado 10 delle “cassanate” viene raggiunto per danni e
protagonisti.
9. Fiorentina-Inter 4-1, febbraio 2013 –
Serie A 2012/13
Tutto crolla
dopo una trasferta a Milano: la Samp ha strappato un punto contro l’Inter di
Benitez e ritorna a Bogliasco per allenarsi. Cassano dovrebbe ritirare un
premio a Sestri Levante, ma non vuole: scende in campo personalmente il
presidente Riccardo Garrone, ma la situazione degenera tra i due e Cassano gli
urla di tutto.
Il patron
blucerchiato, in un moto di dignità e con un filo di scelleratezza economica
(la Samp pagherà di tasca sua per mandarlo via), chiude a Cassano le porte
della prima squadra e chiude
all’arbitrato un’avventura di tre anni e mezzo. Quando si tratta di svincolati,
il Galliani
degli anni 2010 non perde tempo e si butta sul barese. Del resto, il Milan
è in corsa per lo Scudetto e un rinforzo del genere fa comodo.
Da lì la
carriera di Cassano è un roallercoaster
emozionale, voluto dal giocatore per disfarsi continuamente dei fantasmi
passati in vista di lidi più felici, salvo scoprire che tanto idilliaci non
sono. Milano è il set di una sceneggiatura che inizia con un proclama tanto
esagerato quanto destinato a rivelarsi falso: «Sono sicuro che qui sarà la mia
ultima tappa: sopra il Milan c’è il cielo. È l’ultima occasione: se
sbaglio, sono da manicomio».
Le cose
procedono bene per un anno: Allegri gestisce Cassano, lo alterna con Pato,
Robinho e Ibrahimovic. Lo stesso svedese si scomoda in qualche carezza mediatica: «Tevez?
Mi manca Cassano, non Tevez. Con lui diventa tutto più facile: gioca da seconda
punta e riesce a darti il pallone da posizione impossibile». La partenza col
botto del 2011-12 (sette assist e tre gol) viene bloccata però da un problema
al cuore.
Ci vogliono
un’operazione e sei mesi di recupero per tornare in campo, giusto in tempo per
conquistarsi la “10” dell’Italia a Euro 2012, dove Cassano forma un coppia
bella e maledetta con Balotelli. Ma qualcosa in casa Milan non va: a sorpresa
arriva uno scambio tutto milanese, con Pazzini in rossonero e Cassano
all’Inter. A posteriori, una trattativa che non ha giovato a nessuno.
Altra
presentazione, altro round
di scuse (oltre al solito
cielo): «Ho detto che se sbagliavo, sarei stato da manicomio, ma non ho
sbagliato io… non c’entrano giocatori o allenatori, ma qualcuno più in alto. Non
voglio dire neanche il nome (Galliani, ndr): devo ringraziare i tifosi e
l’ambiente, ma lui no». Con il contratto in scadenza nel giugno 2014, il barese
avrebbe voluto un rinnovo mai arrivato.
I primi tre
mesi dell’Inter 2012-13 sono da sogno: la squadra vola, mostra un calcio divertente
(più grazie ai suoi fuoriclasse che per una vera struttura di gioco) e si
toglie lo sfizio di violare lo Juventus Stadium per 3-1. Lì c’è l’apice di
Stramaccioni all’Inter, con il sogno che perde vigore nel girone di ritorno: un
disastro da 19 punti in altrettante partite, che valgono il nono posto finale.
Il rapporto
tra tecnico e Cassano – inizialmente ottimo, come dimostra una parodia dello stesso
allenatore – si rovina verso marzo, complice un diverbio quasi finito alle
mani. Il tentativo di
ridimensionare quanto uscito dallo spogliatoio di Appiano Gentile è forse
peggiore anche della lite in sé, ma l’unica notizia buona per Cassano è che non
ha (ancora) perso il meglio del suo repertorio.
Prendiamo
questo gol contro la Fiorentina: dicevamo sopra del Cassano da biliardo, ma qui
l’attaccante tira fuori una discreta legnata dalla distanza in una partita
ormai chiusa, ma utile per ricordarci come le possibilità di Cassano siano più
di quelle che sembrano ormai conosciute.
Nonostante i
ponti rasi al suolo a Milano e un’operazione al cuore, il 99 ha comunque
collezionato un’altra annata da 15 assist in tutte le competizioni: è il
segnale che l’attaccante può ancora esser utile, se saprà tenere a bada certi
comportamenti e sarà inserito in un contesto a lui congeniale. E la chance
arriva.
10. Chievo-Parma, 21 settembre 2014 – Serie
A 2014/15
L’ultimo
Cassano di alto livello si è visto in gialloblu. Stanco della Milano che non lo
capisce (e forse le due società meneghine lo erano altrettanto di lui), Cassano
fugge nella tranquilla Parma. Una piazza che per molti tratti – tra cui storia
e ambiente – si può associare alla Samp, nonché per un gemellaggio che dura da
molti anni.
Saranno solo
delle coincidenze, ma Cassano torna quello visto a Genova. I suoi movimenti
sono cambiati e avere 31 anni non è come averne 25, ma al Tardini incanta.
Cambia anche un filo il suo modo di giocare, con FantAntonio più vicino alla porta e meno sul centro-sinistra: forse
Cassano ha compreso che non ha più la stessa resistenza atletica di un tempo e
deve adattarsi.
Il 2013-14 è
un anno magico: il Parma finisce in Europa League (salvo poi vedersela revocare
per la mancata licenza), Cassano segna 12 gol (di cui tre al Milan) e si
guadagna il primo Mondiale della sua vita. Molto è dovuto anche al legame con
Donadoni, uno degli allenatori che ha saputo gestire meglio il talento di Bari
Vecchia.
La “zona Cassano” c’è
sempre.
Dopo
l’estate, tutto è cambiato. Le ultime due annate di Cassano sono state grigie,
quasi incolori: i primi gol con il Parma, la decisione di lasciare il capoluogo
emiliano di fronte alla confusione societaria, i sei mesi di stop, la voglia di
tornare nella Genova blucerchiata prima stoppata e poi accettata. In realtà, il
ritorno alla Samp è una manovra di Ferrero per recuperare
credito dopo una precoce eliminazione in Europa League.
I contrasti
con Zenga non hanno giovato: in fondo, l’Uomo
Ragno non ha mai veramente voluto Cassano. Con Montella c’è stato qualche guizzo, ma si è
visto come l’inattività forzata avesse condizionato la forma del 99, incapace
degli scatti e delle accelerazioni di Parma. E così siamo arrivati all’epilogo
finale, forse il più triste.
Titoli di coda
A oggi, Antonio
Cassano è un giocatore della Samp solo pro-forma. La società ha fatto rimuovere
la sua foto dal sito ufficiale e Ferrero sperava di potersi liberare di un asset usato prima come inganno mediatico
per i tifosi e poi ostacolo da rimuovere. Il tutto è nato dopo l’ultimo derby,
quando Cassano ha avuto un’accesa
discussione con Antonio Romei (braccio destro di Ferrero, seppur assente
nell’organigramma della società).
La società
forse sperava nella possibilità di liberarsi facilmente di un 34enne con
velleità di campo, ma Cassano è cambiato. Anche personalmente. Una volta
avrebbe combinato una delle sue e se ne sarebbe andato. Oggi no. Intendiamoci,
fa sempre di testa sua, ma in questa vicenda si è comportato in maniera diversa
dal solito.
Un comportamento
intravisto già
a Parma, quando ha optato per la rescissione del suo contratto con questa
motivazione: «Ci sto rimettendo quattro milioni di stipendio, ma non sono i soldi
il problema. Non lo sono per me: la cosa brutta è che ci sono persone che
guadagnano molto meno e non prendono un euro da sette mesi».
Invece di
accettare una delle tante proposte arrivate sul suo tavolo durante quest’estate
– Palermo, Pescara, Cina, Emirati, persino un posto
da dirigente in blucerchiato – Cassano è rimasto coscientemente
a Genova, anche con la prospettiva di rimanere fuori squadra. Il nuovo
allenatore Giampaolo ha dato il benestare alla sua uscita, ma FantAntonio non la pensa alla stessa
maniera: sembra disposto a rimanere a Bogliasco anche solo per allenarsi
(almeno secondo quanto
riferito dalla moglie, una sorta di social media manager del 99).
Non più di
qualche mese fa, a febbraio, Cassano la pensava così: «Se sto bene, gioco altri
due anni. Se invece non fossi in condizione o non mi divertissi più, lascio
perdere». In mezzo però c’è la Samp, l’unico club che forse ha realmente amato
nella sua vita. E una voglia di vivere a modo suo che non va mai via, anche
quando non gli conviene.
Vengono mente ancora quelle note: «Mi piace
scivolare fuori / da ogni calcolo / per riportarmi in riga / servirà un
miracolo». E i miracoli non sono fatti per i titoli di coda.
Quanti rimpianti. La sensazione è di aver perso due punti invece che di averne guadagnato uno. Saranno in molti ad aver condiviso questo vecchio adagio dopo Samp-Inter di ieri pomeriggio: un 1-1 che ti lascia l'amaro in bocca, perché i blucerchiati avrebbero forse meritato di più dalla contesa del "Ferraris", dove i nerazzurri sono apparsi poco ficcanti (checché ne dica Mancini).
Éder Citadin Martins, 28 anni, a contrasto con Davide Santon, 24.
Zenga ripropone il solito 4-3-1-2 con gli stessi effettivi della gara di Bergamo, con Correa titolare per la terza gara di fila. Mancini, dal canto suo, rimedia all'assenza per squalifica di Miranda riproponendo Medel centrale accanto al recuperato Murillo: bocciatura quindi per Ranocchia. Davanti, il trio Perisic-Icardi-Palacio ha il compito di scardinare la difesa blucerchiata.
Pronti, via e la Samp ha subito due occasioni da corner. Sulla prima Soriano viene contrastato da Handanovic, sulla seconda Zukanovic stacca bene di testa, ma non centra la porta. La Samp è arrembante, con Éder e Correa che chiamano ancora all'intervento lo sloveno. I blucerchiati tirano in porta più nei primi 10' di questa gara che nei 90' di Bergamo.
Gli ospiti si fanno vedere dal 20' in poi, con Guarin prima e Palacio poi che chiamano in causa Viviano. Ma è al 29' che l'Inter potrebbe andare in vantaggio: palla dentro di Palacio, Mesbah tiene in gioco Kondogbia e il francese serve Guarin. Solo a centro area, il colombiano stoppa e poi spara la palla in Gradinata Sud.
E allora la Samp riprende l'assalto. Éder si vede contrastato da Telles a cinque metri dalla porta, ma l'occasione più clamorosa ce l'ha Correa: giunto solo in sovrapposizione davanti a Handanovic, l'argentino trova la respinta del portiere, ma è sempre El Tucu il primo a giungere sulla ribattuta. La porta sarebbe spalancata, ma lui manda fuori: errore clamoroso, direi ingiustificabile.
Il primo tempo si conclude già con i tratti del rimpianto, che aumenteranno nella ripresa. La Samp continua a spingere e Muriel prende le misure con un colpo di testa fuori di poco. È solo il preludio al vantaggio al minuto 51: cross straordinario di Pereira, Muriel si stacca sul secondo palo e la coppia Handanovic-Medel può solo guardare. Vantaggio stra-meritato.
Da lì, la Samp sparisce. C'è l'occasione per il raddoppio con Muriel al minuto 63, quando il colombiano scappa ancora ai centrali dell'Inter e il suo mancino lambisce il palo alla sinistra di Handanovic. Con l'uscita di Correa e l'entrata di Palombo, però, il baricentro della Samp si abbassa. L'Inter, forse, non aspettava altro.
Comincia un lungo possesso palla, spesso sterile, a marca ospite, dove le conclusioni arrivano spesso da lontano. Ma alla prima occasione decente in area, i nerazzurri pareggiano: Icardi riesce a liberarsi dall'ottima marcatura di Zukanovic e serve al centro Perisic, lasciato solo dal bosniaco. L'1-1 è amarissimo, ma le distrazioni a questo livello vengono punite.
La Samp rischia persino lo svantaggio tra un intervento al limite di Zukanovic su Manaj (rigore?) e il colpo di testa di Biabiany, perso da Mesbah. In generale, però, l'impressione è che la Samp si sia lasciata sfuggire tre punti facili contro un avversario che è sembrato tutto, tranne che la capolista del nostro campionato.
Mauro Icardi, 22 anni, sempre fischiato al "Ferraris".
In fase di non-possesso, è stato strano vedere la Samp schierarsi con il 4-1-4-1: un artificio già usato ai tempi di Sinisa Mihajlovic, ma con ben altra formazione. Se in quel caso era Okaka il centravanti e Gabbiadini l'esterno ad arretrare, in questo caso questi ruoli sono stati assegnati rispettivamente Muriel e Correa. Con risultati, per altro, altalenanti.
Già, Correa. El Tucu ha giocato una buona gara. Anzi, azzarderei la migliore tra quelle disputate da titolare, perché contro Roma e Atalanta non aveva brillato. Meglio lasciarlo tranquillo dopo il clamoroso errore sotto porta: non avrebbe dovuto sbagliare, ma è un classe '94 su cui si sono spesi quasi dieci milioni di euro. Proviamo a non bruciarlo, di soldi ne abbiamo già buttati negli anni.
Qualche domanda andrebbe rivolta invece a Walter Zenga, capace di imbrigliare l'Inter in fase di difesa e pungerla in ripartenza. Tuttavia, c'è un cambio che ha fatto capire il poco coraggio del tecnico doriano: Palombo per Correa. Io mi sarei aspettato Carbonero in campo, invece l'ingresso del 17 ha solo schiacciato il baricentro blucerchiato verso la propria porta.
Fortunatamente c'è la sosta, dove si spera ci sarà il recupero di alcuni giocatori e l'aggiustamento di ciò che non va. Mai mi sarei aspettato di commentare un ruolo di marcia immacolato in casa e 11 punti in sette gare. Le cose per ora vanno discretamente, ma le giocate dei singoli nascondono le mancanze di squadra. Peccato per quel gol nerazzurro: per una volta che si meritava senza "se" e senza "ma", siamo caduti all'ultimo ostacolo.
Luis Muriel, 24 anni, e Joaquin Correa, 21: chi ha segnato e chi avrebbe potuto...
Ci siamo. Adesso è veramente a un passo. La Samp batte l'Inter 1-0 in uno dei tanti posticipi di questo 28° turno di Serie A e può accarezzare il sogno europeo. A +11 dai nerazzurri, i blucerchiati hanno adesso un grosso vantaggio da gestire e Mihajlovic ha anche battuto Mancini per la prima volta. Serata perfetta: meglio di così, forse, non poteva andare.
Mauro Icardi, 22 anni, lotta con Alessio Romagnoli, 19.
La Samp punta alla quarta vittoria consecutiva dopo il trionfo ottenuto a Roma contro i giallorossi di Rudi Garcia: un 2-0 che ha lasciato tanto entusiasmo, trasmesso all'ambiente per la gara contro l'Inter. Mihajlovic punta sul consueto 4-3-3, con Eder, Muriel ed Eto'o davanti. Acquah rientra dal primo minuto al posto di Obiang e Duncan, mentre Regini è confermato sulla fascia mancina della difesa blucerchiata. Mancini invece punta sul 4-3-1-2, con Shaqiri trequartista e Podolski a completare la coppia d'attacco con Icardi.
Il primo tempo è sopratutto a marca blucerchiata. Sin dall'11', quando Eder serve un gran pallone per Muriel in area. Il colombiano scherza Ranocchia, ma davanti a Handanovic spara altissimo. Tre minuti dopo risponde Icardi con un colpo di testa poco alto, ma è un lampo. La Samp attende il palleggio interista e riparte bene. Al 18' Eder impegna Handanovic dai 25 metri, mentre quattro minuti più tardi tira alto. Il numero maggiore arriva al 34': Muriel si lancia in velocità, salta con una finta sia D'Ambrosio che Ranocchia e tenta il destro a giro dal limite dell'area. Numero straordinario, peccato che la mira non sia delle migliori. Tra tante ammonizioni (ben cinque!), il primo tempo si conclude sullo 0-0.
Ben diversa la ripresa, dove l'Inter esce bene, mentre la Samp rimane timida per almeno 20' buoni. Gli ospiti hanno una girandola di occasioni: Icardi coglie subito la traversa al 46', mentre Viviano è attento sul tiro di Guarin sulla respinta. Il colombiano ex Porto ci riprova due minuti più tardi dalla distanza, ma il portiere blucerchiato risponde presente. Ci prova ancora un paio di volte Shaqiri, sfiorando il palo alla sinistra di Viviano.
La Samp sembra un pugile messo all'angolo, ma al 64' trova la risposta giusta, passando addirittura in vantaggio. Su punizione dai 25 metri, Eder è senza pietà e scaglia un destro spaventoso: l'effetto è imprendibile per Handanovic e la Samp va sull'1-0. In realtà, da lì la partita la tengono in mano i padroni di casa, che hanno altre due occasioni per chiuderla con Obiang, ma lo spagnolo viene chiuso prima da Ranocchia, poi da Vidic. Un cross liftato nel finale fa trasalire i supporters di casa, ma viviano salva per l'ennesima volta: è vittoria!
Sinisa Mihajlovic, 46 anni, batte per la prima volta Roberto Mancini, 50.
Da notare una piccola soddisfazione: Mancini è alla prima sconfitta contro la Samp. Tante volte l'ex numero 10 blucerchiato aveva incrociato il suo primo amore, ma da allenatore non aveva mai perso contro il Doria. Fortunatamente la punizione di Eder ha sbloccato la gara al momento giusto e ora il tecnico nerazzurro dovrà cercare una rimonta semi-impossibile per l'Europa: verrebbe da dire che la stagione è finita per l'Inter.
Diverse le prospettive della Sampdoria. Ferrero punta alla luna (e quindi alla Champions), ma sembra un obiettivo un tantino fuori dalla portata blucerchiata. Più facile raggiungere l'Europa League. Ora la Samp è a quota 48: un punto di vantaggio sul Napoli, due sulla Fiorentina. Squadre più attrezzate, ma l'esser in corsa per l'Europa League e per la Coppa Italia potrebbe svantaggiarle. Inoltre, la Samp giocherà due scontri diretti con queste squadre, entrambi (ahimè) in trasferta. Nulla è impossibile.
Ora c'è la Fiorentina, ma il Milan diventa la partita fondamentale. La trasferta di Firenze - dopo la sosta per le nazionali - dirà quanto la Sampdoria può battersela anche con una delle migliori squadre della nostra Serie A. Tuttavia, a San Siro la Samp può distanziare anche un'avversaria - i rossoneri - più di nome che di sostanza. Il Milan di Inzaghi è a -10, ma alla Samp guardano il numero 12. Dodici, come i punti che ha racimolato la Samp nelle ultime quattro. Dodici come quelli che mancano a quello che ormai è l'obiettivo stagionale dei blucerchiati: l'Europa League.
Eder Citadin Martins, 28 anni, al nono gol nella Serie A 2014-15.
Wow, è stata lunga. Il 2014 è sembrato molto lungo e pieno di soddisfazioni per la Sampdoria. Un anno che forse non si dimenticherà facilmente, specie la seconda parte. E che apre delle premesse straordinarie per il 2015, sperando che questo possa esser migliore dell'anno precedente. I blucerchiati e i suoi tifosi hanno potuto godere di tanti momenti diversi: ne voglio ricordare cinque, come è da abitudine al termine dei canonici 365 giorni.
Due derby, due eroi, due 0-1 (3 febbraio & 28 settembre 2014)
Nel 2014 si sono giocati due derby. Entrambi con i blucerchiati in trasferta, entrambi con la Samp uscita vincente per 1-0. Nel primo, l'eroe è Maxi Lopez: appena arrivato dal Catania, l'argentino decide la stracittadina alla prima gara dopo il ritorno in blucerchiato. Sarà anche l'unico gol di Maxi nelle 11 presenze con la Samp della passata stagione. Nel secondo derby, il protagonista è Manolo Gabbiadini: una delle sue punizioni passa e non viene deviata da nessuno. La palla s'insacca all'angolo e decide la contesa tra le due squadre.
Maxi Lopez, 30 anni, batte Perin per l'1-0 nel derby del febbraio 2014.
La rinascita di Stefano e Roberto
Se ci sono due giocatori che hanno beneficiato alla grande del 2014 e della cura Mihajlovic, questi sono Roberto Soriano e Stefano Okaka. Il primo era spesso fischiato nelle sue fugaci apparizioni nella gestione Rossi e si pensava fosse ormai bruciato: a parte il gol nel Trofeo Gamper al Camp Nou nell'agosto 2012, poco da segnalare. Il secondo era finito in tribuna a Parma, dove non giocava e sembrava ormai finito. Entrambi sono rinati e si sono addirittura consacrati. Entrambi hanno esordito in nazionale azzurra con il ct Conte (e Okaka ha anche segnato). Cosa volere di più?
L'unica sconfitta (29 ottobre 2014)
Stadio Giuseppe Meazza di Milano, c'è Inter-Sampdoria per il turno infrasettimanale. La Samp è reduce da due pareggi consecutivi, tra cui quello prezioso contro la Roma (che non era ancora stata bastonata dal Bayern in Champions). L'Inter, al contrario, soffre e monta la contestazione nei confronti di Walter Mazzarri, che da lì a un mese sarà esonerato.
La Samp gioca una gara gagliarda, prende una traversa e costringe Handanovic a diversi miracoli. Purtroppo, l'ingenuità di un classe '95 bravo, ma appunto giovane come Romagnoli costerà il rigore della vittoria. La firma? Mauro Icardi, che non si smentisce mai quando incrocia i colori blucerchiati. A oggi, è ancora l'unica sconfitta stagionale per il Doria in questo 2014-15.
Roberto Soriano, 23 anni, ha esordito in nazionale contro la Croazia.
La rimonta dello Juventus Stadium (14 dicembre 2014)
La Juventus guida come al solito la classifica: da Allegri a Conte è cambiato qualcosa nel modulo in campo, ma non in classifica. I bianconeri comandano, come da tre anni a questa parte. E la Samp si presenta allo Juventus Stadium, dove è stata una delle poche squadre italiane a vincere da quando l'impianto ha aperto nel 2011. Proprio la Samp di Mihajlovic, nel gennaio 2014, perse in maniera onorevole per 4-2 contro la Juve di Conte.
Quasi un anno dopo, gli ospiti si presentano con qualche assenza, il 4-3-1-2 invece del 4-3-3 e Krsticic trequartista. Il piano di contenere la Juve non funziona: se la Samp si deve difendere, si fa violenza e soffre. Non solo: arriva anche il vantaggio dei padroni di casa. Segna Evra di testa su corner: è alto un metro e 73, ma Regini lo lascia libero di saltare. La gara sembra in salita, ma Mihajlovic torna al 4-3-3 nella ripresa e fa entrare Gabbiadini.
A metà con la Juve, l'attaccante è in partenza per Napoli a gennaio: lo sa la Juve, lo sa la Samp e lo sa sopratutto il giocatore. Che non ha voglia di lasciare Torino senza un addio velenoso, come il suo mancino a giro. Proprio un suo sinistro stende la Juve e punisce Buffon al 51', riportando la gara in parità. Da lì la Samp gestisce la gara, soffre poco e sfiora addirittura il successo. Indovinate con chi? Sempre quello con la maglia numero 11.
La grinta mai sopita (31 agosto 2014-?)
Se c'è un aspetto su cui la Samp è di gran lunga migliorata rispetto alla scorsa stagione, è la grinta, la capacità di non mollare mai tanto richiesta da Mihajlovic. Il tecnico serbo si era spesso lamentato nel 2014 di alcune "passeggiate", ovvero di alcune gare in cui la Samp non c'era. Quest'anno non è andata così. Certo, ci si può rammaricare di tante rimonte subite, ma in fondo la squadra blucerchiata è un gruppo giovane. Alcune legnate fanno quasi bene.
A Palermo, però, c'è un antipasto di quello che sarà la Samp di quest'anno. I siciliani si affidano sopratutto a Dybala, tornato in A con la voglia di imporsi. Regini cade nel tranello e prende due gialli (di cui il secondo discutibile). Gli ospiti rimangono in dieci e prendono anche il gol dello svantaggio, segnato proprio da Dybala. Sembrerebbe quasi finita, ma la Samp mette la testa a posto. Il Palermo di Iachini (ex amato) arretra il baricentro e al 91' Gastaldello pareggia su azione da corner: è un piccolo segnale, ma è il momento che dice esattamente quella che è stata la Samp in questa seconda parte di 2014.
La gioia della Samp dopo il pareggio all'ultimo secondo di Palermo.
Non poteva, ma sopratutto non doveva finire così. No, non mi riferisco tanto alla doppietta di quel poco di... professionista che si è rivelato esser Mauro Icardi (lo scopriamo oggi?). La Samp prende un'altra batosta, stavolta casalinga, per 4-0 contro l'Inter. E quel che peggio è che lo fa in maniera totalmente sconclusionata, regalando il match e un uomo già dopo 20'. Neanche la miglior determinazione è servita a ribaltare il risultato: un'altra scoppola, che si aggiunge a quella (morale) subita all'Olimpico contro la Lazio.
Rodrigo Palacio, 32 anni, ancora decisivo contro la Samp: un gol e un assist.
Dopo la brutta prova a Roma, la Samp si presenta con il rischio assenze, salvo recuperare parecchi prima della gara. La novità è il ritorno al 4-3-3, con Sansone a sostituire l'infortunato Gabbiadini e una nuova chance per Obiang dal 1'. L'Inter conferma il suo integrale 3-5-2, con D'Ambrosio al posto di Jonathan e la coppia Icardi-Palacio davanti. Una coppia ad alto coefficiente di fischi. Che si palesano al minuto 13, quando l'Inter passa dopo un quarto d'ora di studio: bella cavalcata di Palacio, cross in mezzo e Icardi realizza il tanto temuto gol dell'ex. Male De Silvestri, che è in ritardo per la diagonale, e Da Costa, che poteva far di più sul destro ravvicinato, ma debole del nerazzurro. Sulla reazione, ci torno dopo.
La Samp non aspetta a reagire e si guadagna subito un calcio di rigore: Gastaldello stimola Ranocchia al fallo e il numero 23 dell'Inter ci casca come un dilettante. Rigore, ma niente giallo per il difensore dell'Inter (peserà dopo). Sul dischetto dovrebbe andare Eder, invece con il pallone si presenta Maxi Lopez: il destro non è malvagio, ma Handanovic è una specialista e non si fa fregare per così poco. Penalty neutralizzato e si resta sull'1-0. Che però è un risultato bugiardo, perché l'Inter da lì scompare dal campo. Tuttavia, la Samp trova il modo di rovinarsi la partita: cavalcata di Eder al 19', che viene forse steso da Rolando al limite dell'area interista. Per l'arbitro Valeri è simulazione e giallo. Ma il vero guaio lo fa Eder, che si fa prendere dalla foga e si attacca prima a Rolando, poi a Samuel, che non è proprio un diplomatico dell'Onu. Dalla rissa che nasce, Valeri tira fuori altri due gialli: uno all'argentino e uno al brasiliano della Samp, che finisce la sua gara dopo venti minuti. E compromette una splendida Samp, che domina nonostante l'inferiorità numerica. Ci vogliono almeno altri quattro interventi di Handanovic - di cui due miracolosi su Soriano e Sansone - per portare l'Inter al riposo con un gol di vantaggio.
Alla ripresa, il copione è cambiato. La gara si spegne quasi subito, la Samp sembra aver finito le energie sia nervose che atletiche per tenere il ritmo della prima frazione. Maree di occasioni per gli ospiti, con Palacio che ci prova più volte, finché non centra Da Costa da due passi al 55'. Lo stesso portiere blucerchiato rischia la papera su un innocuo cross del numero 8 nerazzurro. Al 60', ecco il raddoppio: Samuel svetta su corner, sovrastando De Silvestri, ed è 2-0 per l'Inter. Due minuti e arriva il 3-0, ancora a firma Icardi, anche se stavolta il merito è tutto di Palacio, che parte sulla linea del fuorigioco e mette una palla facile per l'ex Samp. Stavolta nessuna esultanza polemica, tanto la gara è decisa. L'Inter si rilassa, Maxi ci riprova, ma oltre che meno forte è pure sfigato: il suo destro sibila vicino al palo proprio nell'unico momento in cui Handanovic pare fuori causa. Nel finale c'è il tempo per il 4-0, stavolta a firma Palacio, con una bella percussione che taglia a metà la difesa blucerchiata dal vertice alto dell'area di rigore. I padroni di casa cercano ancora il gol della bandiera, ma Handanovic è attento pure sull'avanzata di Regini, chiuso in corner. Il finale è buono solo per l'esordio di Mattia Lombardo, figlio del leggendario Attilio; il resto è da buttare.
Maxi Lopez, 30 anni: buona partita, ma il rigore sbagliato è un macigno.
Da Costa 5; De Silvestri 4.5, Mustafi 5, Gastaldello 4.5, Regini 5; Obiang 5 (dal 12' s.t. Krsticic 5), Palombo 5.5 (dal 38' s.t. Lombardo s.v.), Soriano 6; Sansone 5 (dal 21' s.t. Okaka 5.5); Maxi Lopez 5, Eder 4 - già pubblicate su SampNews24
E siamo a 18 punti, almeno a mio parere. Questa Samp, senza certe ingenuità, poteva avere molti più punti. E le sfide chiave in cui sono svaniti questi punti sono contro tre squadre che abbiamo affrontato in pessimi momenti sia all'andata che al ritorno: parlo di Milan, Lazio e proprio Inter. La Samp ieri, con un rigore tirato da Eder e un brasiliano più tranquillo, avrebbe vinto? Chi lo sa, ma il dubbio è lecito. Purtroppo la sfida è stata caricata inutilmente su un duello di cui non sarebbe dovuto fregare a nessuno.
Icardi contro Maxi Lopez è stato il leit motiv di tutta la vigilia: discussione su bambini, stati su social network e trombate varie. La verità è che i tifosi hanno fatto bene a fischiare l'argentino dell'Inter, vista anche l'esultanza irrispettosa sotto la Sud. Passatemi il termine, ma il solito bimbominchia già arrivato si è sentito in dovere di mancar di rispetto al pubblico che per un anno l'ha portato sul palmo di una mano. E cosa ha ricevuto in cambio? Si è sentito dire che la Samp era una squadra piccola da un ragazzo che è andato all'Inter per prendere gli stessi soldi che i blucerchiati gli avevano offerto un anno fa per il rinnovo. Insomma, un arrivista: lecito, per carità, ma allora anche i fischi lo sono. E che dire di Maxi? Proprio da lui, nove anni più vecchio del suo "rivale", ci si aspettava una prova di maturità. Ha giocato bene, ma doveva proprio tirare quel rigore? Se lo avesse segnato, sarebbe stato probabilmente l'eroe di tutti i giornali oggi. Tuttavia, esser forti non significa solo prendersi le responsabilità, ma anche saperle scaricare quando non ce ne è bisogno. E questo non è stato fatto (il messaggio è pure per Eder: mi auguro per lui una multa salatissima e l'esclusione per un paio di gare).
Forse ieri, però, ha perso pure il pubblico: leciti i fischi, meno incentrare la gara attorno alla figura di Icardi. Ma la delusione più grande è arrivata in coda: dopo un'altra sconfitta contro una squadra in pessime condizioni (ricordo che il Bologna ha quasi vinto contro quest'Inter a San Siro la settimana scorsa) e una prova da dimenticare nella ripresa, l'attenzione della Sud si spostava al tabellone e ai gol del Torino contro l'odiato Genoa. So cosa mi si dirà: "Tu non sei di Genova, non puoi capire". Sarà. Ma se non posso capire, perché addirittura si giubila per una squadra che notoriamente - il Toro - sta sul belino a mezza gradinata? Non si può ambire all'Europa con questi provincialismi. E ricordo che contro il Catania - campo storicamente difficile per la Samp - mancheranno Gastaldello, Soriano ed Eder, senza dimenticare Gabbiadini k.o. per infortunio. Ma chi se ne frega: guardiamoci Genoa-Cagliari, no? Almeno gufiamo e se perdono siamo sicuramente davanti. Poi però se continuiamo a star fermi, sarà una beffa al quadrato. Come quella di ieri.
L'irrispettoso Mauro Icardi, 21 anni: doppietta per lui con esultanza polemica.