Pensieri sparsi e considerazioni sulla squadra più bella del mondo: per noi, c'è solo l'U.C. Sampdoria.
«I tifosi della Sampdoria hanno perso a Wembley e hanno cantato, hanno visto andare via Vialli e hanno cantato. Finché i tifosi della Sampdoria canteranno non ci saranno problemi per il futuro» (Paolo Mantovani)
Da giovani, capita di sbagliare. Questo discorso devo averlo già pescato due-tre volte nella passata stagione, nei momenti più brutti del 2016-17 blucerchiato. E tocca ripescarlo anche in quest'occasione: la Samp ha sofferto, ma stava per portare a casa tre punti preziosi. Invece l'1-1 di Dzeko (quarto gol in tre gare di A contro il Doria) ha rovinato la festa.
Fabio Quagliarella, 34 anni, ancora a segno.
La Sampdoria si presenta al recupero con tutti i titolari, conscia che probabilmente la miglior chance di strappare qualche punto è a Genova. Niente Kownacki, ma torna Zapata dal 1', mentre gli altri sono tutti confermati. Sorprese nella Roma, che invece opta per il turn-over: accanto a Dzeko, Di Francesco sceglie Cengiz Under e Defrel.
Il bosniaco ha subito una buona palla-gol, ma la spreca calciando in precario equilibrio e spendendola fuori. Ci vogliono 15' perché la Samp si faccia avanti: bel lancio di Ramírez per Zapata, che mette a sedere Manolas in area e serve l'accorrente Linetty, il cui tiro viene respinto da Fazio. Al 19', è il turno di Pellegrini: destro potentissimo, ma centrale per Viviano.
La Roma ha un buon quarto d'ora, in cui crea diverse occasioni: ci vuole un miracolo di Viviano per evitare il gol di Nainggolan, ben servito da Pellegrini in area. Sul susseguente corner, Under mette in mezzo e il colpo di testa di Strootman viene stoppato. Ancora Roma al 38', con un colpo di testa di Manolas che finisce alto.
Gli ospiti hanno la chance migliore al 41', quando Dzeko serve Defrel in profondità: l'ex Sassuolo salta Silvestre in corsa, ma calcia altissimo dal limite dell'area. Al 45', l'episodio-chiave del primo tempo: Strootman cerca di saltare Ferrari, ma accentua il contatto e vola via. Orsato non vede alcun fallo e l'azione riparte.
Sulla prosecuzione, un cross messo in mezzo trova la mano netta di Kolarov, che tenta di rinviare in maniera acrobatica, ma finisce per centrare il pallone con l'arto. Orsato non assegna, poi riguarda al Var: è rigore e dal dischetto è un'altra gioia per Fabio Quagliarella, che batte Alisson con un destro secco. 1-0 all'intervallo.
La ripresa presenta una Roma meno dominante, ma comunque pericolosa. La Samp però ha le occasioni migliori a inizio secondo tempo: al 47' Zapata è ben servito da Praet in area, ma il colombiano non centra nemmeno la porta. Poi al 62' è Caprari - entrato al posto dell'infortunato Quagliarella - a spaventare Alisson su punizione, con il portiere brasiliano costretto al miracolo in corner.
La Roma sfiora subito il pareggio con il neo-entrato e giovane Antonucci, che trova la porta spalancata su un cross deviato da Murru, ma si scontra con Dzeko e non chiude in gol. Subito dopo, la Samp risponde con un destro di controbalzo di Caprari, calciato da buona posizione, ma alto di poco sugli sviluppi di un corner.
All'81' Nainggolan spreca e calcia debolmente davanti a Viviano, mentre cinque minuti dopo un uno-due Caprari-Torreira porta il 9 blucerchiato al calcio da 10 metri, ma Alisson compie un miracolo. Da lì, gli ospiti premono e sfiorano il pareggio ancora una volta, stavolta con un destro di Florenzi al volo, leggermente deviato in corner.
Alla fine la Roma trova il (meritato) pareggio nel finale: al 91', Bereszynski rinvia bene su cross, ma Barreto dovrebbe stringere su Antonucci, che trova il cross per Dzeko. Ferrari non marca per nulla il bosniaco e l'1-1 è facile facile. Due punizioni nel finale di Ramírez non cambieranno il destino finale del match: è pareggio.
A giugno si sacrificheranno due-tre pedine: una sarà sicuramente Torreira, l'altra potrebbe esser questa.
La Roma non mi ha fatto una buona impressione: si è visto il gap tecnico una volta che la squadra ospite è stata in grado di saltare la linea mediana della Samp, ma con in campo Under e Defrel la squadra è sembrata slacciata. Perotti è un giocatore vitale per questa squadra, così come Alisson (che portiere!). E l'assenza di Dzeko peserà sul resto della stagione, se firmerà per il Chelsea.
Piccola nota su Patrik Schick. Vivo a Roma e vedo spesso la rassegnazione dei tifosi della Roma di fronte a un ragazzo che pensano sia un bluff. Personalmente non l'ho trovato diverso dall'anno scorso: il problema mi sembra tutto tattico. Anche se al ceco piace defilarsi in campo e spaziare, il suo ruolo è di seconda punta. E quel ruolo non c'è nel 4-3-3. Tutto qui.
Siamo sempre a lodare - giustamente - l'essenza di gioco di Lucas Torreira, ma dobbiamo spendere due parole per Praet e Linetty. Il belga ha giocato una gara mostruosa, di fatto mettendo in difficoltà il connazionale Nainggolan e spiegando perché meriterebbe il Mondiale. Il polacco, invece, ha 15 polmoni, perché non ha mai smesso di correre.
Ho visto molte critiche sulle prestazioni di Zapata e Caprari. Personalmente la vedo in maniera diversa. Per quanto riguarda il colombiano, è vero che non trova la rete da un po' di gare, ma è un tronco che non si sposta: ho visto Manolas scrollato come un ragazzino. Caprari ha mancato un paio di occasioni-chiave, ma è entrato bene sia oggi che contro la Fiorentina.
Il calendario ora propone un altro viaggio, a Roma, per sfidare nuovamente i giallorossi nel giro di quattro giorni. I tre punti sarebbero stati vitali qui, perché a Roma - storicamente - facciamo fatica. Se escludiamo il 2-0 a domicilio del 2015, son sempre stati dolori. E l'anno scorso ci fu una decisione sbagliata con il rigore inesistente del finale, trasformato da Totti. Non sarà facile.
«Ho sbagliato per
sbagliare, non perché lo dite voi.
E non mi pento proprio,
sono in riserva ormai
Io ci credo in quel che
voglio, e forse voglio farmi male
E non mi riconosco in
quello che conviene».
Se Antonio
Cassano fosse una canzone, non ci sono liriche che potrebbero descrivere la sua
vita calcistica meglio di queste. A 34 anni, la sua carriera sembra ai titoli
di coda ed è triste dirlo, visto che chiunque l’abbia visto nel suo prime potrà certamente condividere un
concetto: Antonio Cassano è stato uno dei più grandi talenti prodotti
dall’Italia nel dopo-guerra.
Almeno dal
punto di vista tecnico, è difficile trovare una possibile controindicazione a
questa visione. Il problema di Cassano è risieduto altrove, nell’incrollabile
immagine (e per molto tempo essenza) che l’ha inquadrato come l’esempio
paradigmatico del concetto di “genio e sregolatezza”. Un topos narrativo che
l’Italia ama molto: altrimenti non avremmo avuto i Beccalossi negli anni ’80 e
non si spiegherebbe perché i primi due gol di Balotelli a Nizza abbiano qualche
rilevanza.
Ma Cassano è
stato diverso: in direzione ostinata e contraria, fedele solo a sé stesso.
Tuttavia, anche quest’orientamento ha subito delle evoluzioni in 17 anni di
carriera: perché Cassano è comunque cambiato. Magari non in campo (o almeno non
così tanto), dove gli piace continuare a vederla a modo suo, con qualche rara
eccezione.
Non siamo i soli a
porci qualche domanda da sliding doors.
Cassano
sembra esser cambiato fuori. Rimane un testardo ai limiti dell’autolesionismo,
uno che avrebbe potuto avere un’altra parabola con la metà delle follie
combinate in carriera: non si è mai piegato a nulla, se non a una città sul
mare che non ha mai smesso di amare. Oggi, però, Cassano sembra un indiano solo
nella sua riserva prescelta, un deviato coerente nella sua logica, anarchico a
ogni costo, ma con i suoi riferimenti.
Sembra
passata una vita dal 2008, quando uscì il suo libro, scritto a quattro mani con
il giornalista Pierluigi Pardo: «Se quel Bari-Inter non ci
fosse stato, sarei diventato un rapinatore o uno scippatore, comunque un
delinquente. Molte persone che conosco sono state arruolate dai clan. Quella
partita e il mio talento mi hanno portato via dalla prospettiva di una vita di
merda. Ero povero, ma tengo a precisare che nella mia vita non ho mai lavorato
anche perché non so fare nulla. A oggi mi sono fatto 17 anni da disgraziato e 9
da miliardario me ne mancano ancora 8, prima di pareggiare».
Visto che il
conto sembra ormai in pari (temporalmente e soprattutto economicamente), abbiamo
scelto dieci gol per raccontare uno dei talenti più cristallini e controversi
dell’intera storia del nostro calcio.
1. Bari-Inter 2-1, 18 dicembre 1999 – Serie
A 1999/2000
Due dettagli
vengono alla mente pensando a quella sera. Il primo è quello di Caressa, che in
telecronaca ci racconta che «abbiamo visto due grandi gol». Già, perché oltre
alla nascita di Cassano, ci sarebbe anche quella di Michael
"Hugo" Enyinnaya, compagno di primavera in quel di Bari e autore
di un’altra rete-monstre. Poteva essere il primo di tanti successi, invece sarà
la one-hit wonder del
nigeriano.
Il secondo riguarda
la vittima designata del Millennium Bug
del calcio italiano. A pochi giorni dall’inizio del nuovo millennio, il giovane
numero 18 del Bari segna il suo primo gol da professionista – e che gol! – alla
sua squadra del cuore, allenata in quel momento dall’allenatore che meno l’ha
apprezzato e che forse ha incarnato di più quei valori di regolarità da cui
Cassano è sempre fuggito.
Si intravedono
già alcuni colpi, soprattutto il marchio di fabbrica, quel controllo magnetico
che sfida le leggi della fisica (lo si nota anche qui e qui). Sembra quasi che Cassano
abbia capito meglio degli altri l’andazzo «Chi ben comincia è a metà dell’opera».
In questo tipo di gol, il suo stop gli fa guadagnare un tempo sull’avversario,
che è già in ritardo quando Cassano è pronto a eseguire il tiro.
Tuttavia, il
suo talento grezzo è da svezzare e l’apporto realizzativo è ancora basso (sei
gol in un anno e mezzo). Soprattutto il Bari è in una situazione complicata e
Cassano vive situazioni contrapposte nello stesso club: da una parte il
rapporto padre-figlio con Fascetti, dall’altra la poca intesa con la presidenza
Matarrese.
Nella
seconda stagione con i Galletti, le ultime partite neanche le gioca perché è
già della Roma. Nelle ultime dieci, il Bari ne perde nove e scende in B:
l’unico punto è nell’ultima presenza di Cassano col Bari. Per altro,
quest’ambiguità di rapporto è perdurata anche negli ultimi anni: persino da
svincolato, Cassano non è mai tornato a Bari, nonostante gli applausi per lui al
San Nicola non siano mai mancati.
2. Roma-Hellas Verona 3-2, 13 gennaio 2002
– Serie A 2001/02
L’arrivo
nella Capitale di Cassano è un terremoto a crescita graduale. Roma accoglie un
ragazzo pieno di eccessi, che dovrà inserirsi nella rigida disciplina di Fabio
Capello dopo un investimento pesante da parte dei Sensi (50 miliardi più metà
del cartellino di Gaetano D’Agostino). Il suo primo anno a Roma è di
apprendimento: i giallorossi hanno appena vinto il terzo scudetto con il
3-4-1-2 e ci sono alcune pedine insostituibili.
Nonostante
lo aspetti il primo anno di decadimento, non si può panchinare Batistuta dopo
il contributo per lo Scudetto dell’anno precedente. Non si può rinunciare
nemmeno a Marco Delvecchio, fondamentale per duttilità tattica e capacità di
sacrificio. Per non parlare di Francesco Totti, che ormai è conosciuto anche a
livello internazionale (5° nella classifica del Pallone d’Oro 2001: miglior
risultato personale di sempre).
Così Cassano
funge da dodicesimo uomo insieme a un gruppo ristretto di giocatori da
alternare ai titolarissimi (Montella, Marcos Assunção, Lima) e si guadagna
spazio lungo il corso della stagione. Continua a segnare poco, ma è normale:
non è facile mettersi in mostra quando su 30 partite giocate, 23 sono da
subentrante.
Il tutto
nonostante Cassano inizi a diffondere la sua fama non propriamente benefica
(per lui o per gli altri): litigi, comportamenti poco professionali o non
conformi all’ambiente, azioni fuori dalle righe. Tutto si comprime in un’unica
parola menzionata da Capello, che ha avuto persino il riconoscimento della
Treccani: “cassanata s. f. (scherz. iron.) Gesto, comportamento, trovata,
tipici del calciatore Antonio Cassano”.
Quando le
tue azioni diventano un neologismo, in ogni caso, puoi dire di aver lasciato un
segno. C’è anche un gradiente di queste cassanate da 1 a 10: il grado minimo è
lasciare il cellulare acceso a tavola nonostante Capello ti abbia detto di non
farlo. Un buon 8 sono le corna
all’arbitro Rosetti nella finale di Coppa Italia un anno più tardi. Per il
10 – inteso come massima unione di autolesionismo e conseguenze dannose – ci
sarà tempo.
3. Roma-Juventus, 1 dicembre 2002 – Serie A
2002/03
Quell’anno
deve esser stato utile anche per sviluppare e coltivare la miglior partnership vista nel calcio italiano degli
ultimi anni. Totti e Cassano non potrebbero esser più diversi dal punto di
vista caratteriale, ma nessuno dei due ha mai negato di essersi divertito con
l’altro sul campo. E l’apice di questo codice segreto tra i due, ma visibile a
tutti, è il gol alla Juve in una fredda serata del 2002.
Non è
calcio, ma telecinesi: è vero che Totti è sempre stato in grado di giocare con
un tempo d’anticipo rispetto ai suoi avversari, ma è anche vero che Cassano è
stato in grado di parlare la sua stessa lingua, nonostante doti diverse dal
punto di vista fisico e tattico.
In diversi
momenti della sua carriera, Cassano ha ribadito sempre come Totti sia stato il partner migliore. Il
desiderio di giocarci insieme una volta arrivato a Roma, la stima tecnica e
umana (Cassano ha vissuto da Totti per un periodo), poi un litigio dovuto alla
mancanza di rispetto del giovane barese e infine una sorta di indifferenza
perenne, nonostante la guasconeria di Cassano a ogni incontro tra i due.
I percorsi
tecnici dei due si intersecano al momento giusto: Totti segna 55 gol tra il
2002 e il 2005, germogliando dentro di sé quelle doti da prima punta letale che
poi Spalletti sfrutterà spostandolo nella posizione di falso nueve. Cassano, al contrario, è ancora mobile lungo tutto
l’arco del campo: non si piazza ancora sul vertice alto a sinistra dell’area di
rigore.
Capaci di
giocare simultaneamente da prima e seconda punta, i due diventano una coppia
esplosiva. E il gol alla Juve lo dimostra in pieno. Il 2002-03 è una stagione
tremenda per la Roma (intrappolata tra equivoci tecnici e risultati
altalenanti), ma per Cassano è il trampolino per responsabilità più importanti.
4. Polonia-Italia 3-1, 12 novembre 2003 – Amichevole
a Varsavia
A 34 anni e
dopo il suo primo Mondiale, possiamo dire che Cassano ha chiuso con la
nazionale. Un rapporto mai facile, spesso pieno di ombre e contrasti che non
l’hanno portato lontano. Ancora una volta, il rapporto con i rispettivi
allenatori è stato fondamentale.
Cassano è in
età da U-21 quando esordisce in nazionale maggiore, ma con Gentile le cose non
vanno bene. E allora Trapattoni lo chiama per un’amichevole in Polonia:
l’Italia perde 3-1, ma l’attaccante della Roma segna il suo primo gol
all’esordio assoluto in nazionale. Ed è una gemma esemplificativa del suo
repertorio.
Prima e soprattutto
dopo quella rete, tanti atteggiamenti e qualche ostracismo hanno impedito a
Cassano di fiorire in nazionale, nonostante a un certo punto il bacino di
talento si sia incredibilmente ristretto. Del suo bilancio in azzurro (39
presenze e dieci gol), rimane il contributo importante in tre diversi Europei
in cui ha avuto altrettanti allenatori (Trapattoni, Donadoni e Prandelli).
Ciò
nonostante, il rimpianto Mondiale è rimasto fino al 2014, quando Cassano si è
conquistato la convocazione alla sua prima Coppa del Mondo grazie alle magie
con il Parma. Forse è stato anche poco sopportato dai suoi compagni di squadra,
memori del passato e di alcune uscite mediatiche poco felici.
Nonostante
tutte le smentite di rito, Cassano si è probabilmente sentito più malvoluto che
amato dal suo paese. Troppo unico per essere capito, troppo bizzarro per esser
compreso fino in fondo, troppo bizzoso per esser assecondato a certi livelli.
Quel livello nel quale l’attitudine da “soldatino” – da lui tanto
rigettata – sarebbe servita.
5. Roma-Juventus 4-0, 8 febbraio 2004 – Serie
A 2003/04
Qualche mese
più tardi, lo stesso avversario della stagione precedente certifica l’upgrade definitivo di Cassano da
promessa a stella. O almeno così sembra. Non c’è dubbio che sia così dal punto
di vista tecnico: lo si vede nella cavalcata della Roma fino alla fine del
girone d’andata, quando la squadra di Capello domina il campionato prima di
perdere lo scontro diretto con il Milan e deragliare per il resto della
stagione.
In quella
gara Cassano fa quel che vuole. L’intesa con Totti è ai massimi livelli nel
4-4-2 di Capello; lui è cresciuto ancora tecnicamente e fisicamente e la Juve
nonostante Lippi non è in grado di tenere il passo delle due duellanti per il
titolo. Cassano chiude la gara con un bilancio di un rigore guadagnato e una
doppietta.
A colpire,
però, è il gol del 4-0. Sembra una rete facilissima – smarcato, solo, con
Buffon a rincorrerlo in porta – ma in realtà evidenzia un’altra dote di
Cassano: il colpo di testa.
Un punto di
forza che l’attaccante ha mostrato in diverse fasi della sua carriera, visto
che Cassano ha segnato tanti gol di testa (anche a Madrid, a Genova e a Milano). E non è proprio facile
colpire il pallone con quel poco angolo di torsione della testa, stando praticamente
fermi sul cross di Mancini. Ci vuole talento anche per questo.
Poi Cassano
ci dà la dimostrazione visiva di come “io sono più forte, ve lo faccio vedere e
me ne frego”: il 18 giallorosso rompe la bandierina, si prende un giallo
gratuito e ha una breve discussione con Collina. Ma soprattutto il 2003-04 è la
miglior stagione in A di Cassano dal punto di vista realizzativo (14 gol).
6. Levante-Real Madrid 1-4, 10 settembre 2006
– La Liga 2006/07
Dopo aver
messo la firma sul gol
più importante di un travagliato 2004/05 (quello che ha salvato la Roma a
Bergamo da guai peggiori), Cassano sente la necessità di andar via. La sente
anche la società, incapace di gestirlo da quando Capello è andato via. Al suo
posto si sono succeduti Rudi Völler, Delneri, Bruno Conti e Spalletti, ma
nessuno è riuscito a contenere il suo profilo sempre più ingombrante.
L’accordo
con la Roma scade nel giugno del 2006 e la società non vuol offrire una cifra
più alta rispetto ai 3,2 milioni già pattuiti. In più, la società decide di
togliere a Cassano i gradi di vice-capitano: una scelta che lo fa infuriare e
che cancella
qualunque possibilità di rinnovo, nonostante nel settembre del 2005 ci fosse
stato qualche
segnale di speranza.
Così arriva
il Real Madrid, che lo acquista per appena cinque milioni di euro. Ci sarebbero
Inter e Juventus, ma come ha detto Cassano in un’intervista ad AS qualche mese
fa: «Con tutti quei campioni, come potevo dire di no? La verità è che a Madrid
si possono seguire due vie: si può stare con la famiglia ed esser
professionali, ma se sei single non puoi essere concentrato. Con un contratto
di cinque anni alle spalle, sono stato uno stupido».
Forse aveva
conquistato il Real già nelle occasioni precedenti in cui la Roma ha affrontato
i Blancos in Champions (ben sei nel
giro di quattro anni), come quando Cassano segna al Bernabeu portando la Roma momentaneamente sul 2-0.
E l’avventura inizia anche bene: gol al Betis in coppa dopo esser entrato da
tre minuti, altra rete nel derby di Madrid. Però l’allenatore Juan Ramón López
Caro vorrebbe vederlo in una condizione migliore, non quella parodiata da
Carlos Latre, comico spagnolo.
Lo chiamano El Gordito (“Il grassottello”, per
distanziarlo da Ronaldo, anch’egli in condizioni non eccellenti), ma l’arrivo
di Capello nell’estate del 2006 sembra essere una benedizione. Nonostante gli
arrivi di van Nistelrooy e del giovane Higuain, Cassano trova spazio
all’inizio, segnando anche un gol contro il Levante.
A fine
ottobre, il Real lo mette fuori rosa: qualcuno pensa per l’imitazione di Capello da
parte dell’attaccante, ma in realtà Cassano ha confessato come 45’ di
riscaldamento a Jerez lo abbiano portato al litigio con Capello («Ma aveva
ragione lui»). Don Fabio vincerà la Liga e Cassano decide di lasciare Madrid.
Vuole tornare sul mare e c’è qualcuno che lo aspetta.
7. Palermo-Samp 0-2, 11 maggio 2008 – Serie
A 2007/08
La stagione
2007-08 di Antonio Cassano è la migliore della sua intera
carriera per topos narrativo (quella della rinascita: le opere prime sono
solitamente le migliori…) e il combinato di gol e assist (9+6, ma se
analizzassimo i passaggi chiave e i dribbling riusciti qualunque contenitore
statistico impazzirebbe). Un’annata notevole non tanto nelle cifre, bensì
pensando a dove Cassano era rimasto appena un anno prima.
La punizione
messa nel sette al Barbera – manco fossimo in modalità allenamento-sfida a Pro
Evolution Soccer – mette in evidenza un altro fondamentale straordinario nel
bagaglio tecnico di Cassano. Mi sono sempre chiesto perché al massimo del suo prime i creatori di videogiochi non gli
avessero dato un buon 95 nella precisione del tiro.
Più che la
precisione, ha sempre stupito la sua capacità di controllare la potenza da
dosare nel pallone. Cassano è capace di piazzare col piatto con fare da
giocatore pro di biliardo o sparare una bomba da 25-30 metri. Ha sempre
preferito la prima perché è l’esecuzione che più confà il suo gioco, ma
entrambe le strade sono sempre state percorribili.
Alla Samp ha
trovato il suo eden: il 2008-09 è la certificazione definitiva. 15 gol e 17
assist in una stagione che per il Doria sarà più di rimpianti che di gioie. Le
intemperanze non mancano
come al solito, ma a Genova le maglie sono più larghe: si è capito che con
Cassano si può andare lontano.
8. Samp-Palermo 1-1, 6 gennaio 2010 – Serie
A 2009/10
La Lanterna è
una purificazione: l’ambiente di Genova – che ha qualcosa della sua Bari, oltre
al mare – mette Cassano al riparo da molte distrazioni. Certo, «si può togliere
il ragazzo dal ghetto, ma non il ghetto dal ragazzo» e quindi non tutto fila
tranquillo. Ma Cassano ha piena libertà da Mazzarri di stazionare sull’area
centro-sinistra del campo: da lì arrivano tanti assist e diversi gol, con due
stagioni consecutive in doppia cifra in A (10+12): mai successo prima e dopo la
parentesi genovese.
L’incontro
con Gigi Delneri – in arrivo al Doria dopo un ottimo biennio a Bergamo – ha un
che di particolare. Per due motivi: a) Delneri ha già incrociato Cassano e ha
fallito nel gestirlo a Roma; b) Delneri in un anno riesce a entrare in una
categoria a parte degli allenatori avuti da Cassano: quelli che hanno cambiato
la considerazione che il barese aveva di loro. E non solo a livello
caratteriale.
Quando
arriva nell’estate 2009, Delneri deve adattare il suo 4-4-2 alla coppia
d’attacco Cassano-Pazzini. A un certo punto, però, qualcosa s’inclina: Cassano
finisce fuori dai titolari per scelta
tecnica (sebbene si pensi a un litigio) e la sua cessione alla Fiorentina
sembra cosa fatta, ma tutto salta all’ultimo. La Samp naviga bene senza Cassano
e quando il 99 rientra, lui suggella una gara contro la Juve con un gol da 40 metri.
Il
campionato si concluderà con la qualificazione al preliminare di Champions
League e Cassano farà ammenda tecnica per la prima volta in vita sua: «Il
mister ha fatto le sue scelte e io le ho accettate a malincuore: quando sono
rientrato ho dimostrato di poter fare la differenza. All'inizio ero scettico
(sulla nuova posizione, più vicina alla porta, ndr), ma poi ci siamo capiti: abbiamo
fatto qualcosa di stratosferico».
Nel pieno
della sua maturità calcistica, al 28enne Cassano riesce praticamentetutto. Il simbolo di questa
completa e assoluta consapevolezza del suo talento è un gol che probabilmente
pochi ricorderanno: una rete al Palermo in uno scialbo 1-1.
Se Cassano
ha ormai massimizzato il controllo degli spazi (con alcuni passaggi filtranti
da “Assist 101”), qui
c’è tutto il talento di Cassano nell’utilizzare al massimo le sue risorse. Su
di lui c’è il giovane Kjær, a cui rende 15 centimetri. Ma il 99 blucerchiato si
avvicina quasi casualmente, sceglie la posizione giusta e usa quella forza
nascosta che ha nella parte bassa del corpo (baricentro e delle gambe
granitiche) per difendere la sua porzione di campo.
Il danese
tenta un salto scomposto, ormai in posizione di debolezza, e cerca un fallo per
un contatto troppo veniale. Nonostante Kjær, Cassano è riuscito a stoppare la
palla in maniera sufficientemente adeguata: viste le condizioni del contatto,
direi ottime. Punta la porta: vorrebbe la soluzione Pazzini, ma Bovo chiude
qualunque spazio e allora attende che Sirigu vada giù. Quando vede che anche
quest’opzione è preclusa, va con il colpo da biliardo già accennato in
precedenza.
Finalmente
Cassano ha tutto quello che vuole: un ambiente che lo idolatra in maniera
assoluta, un gruppo che lo sostiene, un contesto che lo valorizza al massimo
anche dal punto di vista tecnico. O almeno così sembra, fino a una mattina di
fine ottobre dove il grado 10 delle “cassanate” viene raggiunto per danni e
protagonisti.
9. Fiorentina-Inter 4-1, febbraio 2013 –
Serie A 2012/13
Tutto crolla
dopo una trasferta a Milano: la Samp ha strappato un punto contro l’Inter di
Benitez e ritorna a Bogliasco per allenarsi. Cassano dovrebbe ritirare un
premio a Sestri Levante, ma non vuole: scende in campo personalmente il
presidente Riccardo Garrone, ma la situazione degenera tra i due e Cassano gli
urla di tutto.
Il patron
blucerchiato, in un moto di dignità e con un filo di scelleratezza economica
(la Samp pagherà di tasca sua per mandarlo via), chiude a Cassano le porte
della prima squadra e chiude
all’arbitrato un’avventura di tre anni e mezzo. Quando si tratta di svincolati,
il Galliani
degli anni 2010 non perde tempo e si butta sul barese. Del resto, il Milan
è in corsa per lo Scudetto e un rinforzo del genere fa comodo.
Da lì la
carriera di Cassano è un roallercoaster
emozionale, voluto dal giocatore per disfarsi continuamente dei fantasmi
passati in vista di lidi più felici, salvo scoprire che tanto idilliaci non
sono. Milano è il set di una sceneggiatura che inizia con un proclama tanto
esagerato quanto destinato a rivelarsi falso: «Sono sicuro che qui sarà la mia
ultima tappa: sopra il Milan c’è il cielo. È l’ultima occasione: se
sbaglio, sono da manicomio».
Le cose
procedono bene per un anno: Allegri gestisce Cassano, lo alterna con Pato,
Robinho e Ibrahimovic. Lo stesso svedese si scomoda in qualche carezza mediatica: «Tevez?
Mi manca Cassano, non Tevez. Con lui diventa tutto più facile: gioca da seconda
punta e riesce a darti il pallone da posizione impossibile». La partenza col
botto del 2011-12 (sette assist e tre gol) viene bloccata però da un problema
al cuore.
Ci vogliono
un’operazione e sei mesi di recupero per tornare in campo, giusto in tempo per
conquistarsi la “10” dell’Italia a Euro 2012, dove Cassano forma un coppia
bella e maledetta con Balotelli. Ma qualcosa in casa Milan non va: a sorpresa
arriva uno scambio tutto milanese, con Pazzini in rossonero e Cassano
all’Inter. A posteriori, una trattativa che non ha giovato a nessuno.
Altra
presentazione, altro round
di scuse (oltre al solito
cielo): «Ho detto che se sbagliavo, sarei stato da manicomio, ma non ho
sbagliato io… non c’entrano giocatori o allenatori, ma qualcuno più in alto. Non
voglio dire neanche il nome (Galliani, ndr): devo ringraziare i tifosi e
l’ambiente, ma lui no». Con il contratto in scadenza nel giugno 2014, il barese
avrebbe voluto un rinnovo mai arrivato.
I primi tre
mesi dell’Inter 2012-13 sono da sogno: la squadra vola, mostra un calcio divertente
(più grazie ai suoi fuoriclasse che per una vera struttura di gioco) e si
toglie lo sfizio di violare lo Juventus Stadium per 3-1. Lì c’è l’apice di
Stramaccioni all’Inter, con il sogno che perde vigore nel girone di ritorno: un
disastro da 19 punti in altrettante partite, che valgono il nono posto finale.
Il rapporto
tra tecnico e Cassano – inizialmente ottimo, come dimostra una parodia dello stesso
allenatore – si rovina verso marzo, complice un diverbio quasi finito alle
mani. Il tentativo di
ridimensionare quanto uscito dallo spogliatoio di Appiano Gentile è forse
peggiore anche della lite in sé, ma l’unica notizia buona per Cassano è che non
ha (ancora) perso il meglio del suo repertorio.
Prendiamo
questo gol contro la Fiorentina: dicevamo sopra del Cassano da biliardo, ma qui
l’attaccante tira fuori una discreta legnata dalla distanza in una partita
ormai chiusa, ma utile per ricordarci come le possibilità di Cassano siano più
di quelle che sembrano ormai conosciute.
Nonostante i
ponti rasi al suolo a Milano e un’operazione al cuore, il 99 ha comunque
collezionato un’altra annata da 15 assist in tutte le competizioni: è il
segnale che l’attaccante può ancora esser utile, se saprà tenere a bada certi
comportamenti e sarà inserito in un contesto a lui congeniale. E la chance
arriva.
10. Chievo-Parma, 21 settembre 2014 – Serie
A 2014/15
L’ultimo
Cassano di alto livello si è visto in gialloblu. Stanco della Milano che non lo
capisce (e forse le due società meneghine lo erano altrettanto di lui), Cassano
fugge nella tranquilla Parma. Una piazza che per molti tratti – tra cui storia
e ambiente – si può associare alla Samp, nonché per un gemellaggio che dura da
molti anni.
Saranno solo
delle coincidenze, ma Cassano torna quello visto a Genova. I suoi movimenti
sono cambiati e avere 31 anni non è come averne 25, ma al Tardini incanta.
Cambia anche un filo il suo modo di giocare, con FantAntonio più vicino alla porta e meno sul centro-sinistra: forse
Cassano ha compreso che non ha più la stessa resistenza atletica di un tempo e
deve adattarsi.
Il 2013-14 è
un anno magico: il Parma finisce in Europa League (salvo poi vedersela revocare
per la mancata licenza), Cassano segna 12 gol (di cui tre al Milan) e si
guadagna il primo Mondiale della sua vita. Molto è dovuto anche al legame con
Donadoni, uno degli allenatori che ha saputo gestire meglio il talento di Bari
Vecchia.
La “zona Cassano” c’è
sempre.
Dopo
l’estate, tutto è cambiato. Le ultime due annate di Cassano sono state grigie,
quasi incolori: i primi gol con il Parma, la decisione di lasciare il capoluogo
emiliano di fronte alla confusione societaria, i sei mesi di stop, la voglia di
tornare nella Genova blucerchiata prima stoppata e poi accettata. In realtà, il
ritorno alla Samp è una manovra di Ferrero per recuperare
credito dopo una precoce eliminazione in Europa League.
I contrasti
con Zenga non hanno giovato: in fondo, l’Uomo
Ragno non ha mai veramente voluto Cassano. Con Montella c’è stato qualche guizzo, ma si è
visto come l’inattività forzata avesse condizionato la forma del 99, incapace
degli scatti e delle accelerazioni di Parma. E così siamo arrivati all’epilogo
finale, forse il più triste.
Titoli di coda
A oggi, Antonio
Cassano è un giocatore della Samp solo pro-forma. La società ha fatto rimuovere
la sua foto dal sito ufficiale e Ferrero sperava di potersi liberare di un asset usato prima come inganno mediatico
per i tifosi e poi ostacolo da rimuovere. Il tutto è nato dopo l’ultimo derby,
quando Cassano ha avuto un’accesa
discussione con Antonio Romei (braccio destro di Ferrero, seppur assente
nell’organigramma della società).
La società
forse sperava nella possibilità di liberarsi facilmente di un 34enne con
velleità di campo, ma Cassano è cambiato. Anche personalmente. Una volta
avrebbe combinato una delle sue e se ne sarebbe andato. Oggi no. Intendiamoci,
fa sempre di testa sua, ma in questa vicenda si è comportato in maniera diversa
dal solito.
Un comportamento
intravisto già
a Parma, quando ha optato per la rescissione del suo contratto con questa
motivazione: «Ci sto rimettendo quattro milioni di stipendio, ma non sono i soldi
il problema. Non lo sono per me: la cosa brutta è che ci sono persone che
guadagnano molto meno e non prendono un euro da sette mesi».
Invece di
accettare una delle tante proposte arrivate sul suo tavolo durante quest’estate
– Palermo, Pescara, Cina, Emirati, persino un posto
da dirigente in blucerchiato – Cassano è rimasto coscientemente
a Genova, anche con la prospettiva di rimanere fuori squadra. Il nuovo
allenatore Giampaolo ha dato il benestare alla sua uscita, ma FantAntonio non la pensa alla stessa
maniera: sembra disposto a rimanere a Bogliasco anche solo per allenarsi
(almeno secondo quanto
riferito dalla moglie, una sorta di social media manager del 99).
Non più di
qualche mese fa, a febbraio, Cassano la pensava così: «Se sto bene, gioco altri
due anni. Se invece non fossi in condizione o non mi divertissi più, lascio
perdere». In mezzo però c’è la Samp, l’unico club che forse ha realmente amato
nella sua vita. E una voglia di vivere a modo suo che non va mai via, anche
quando non gli conviene.
Vengono mente ancora quelle note: «Mi piace
scivolare fuori / da ogni calcolo / per riportarmi in riga / servirà un
miracolo». E i miracoli non sono fatti per i titoli di coda.
Un cross, una girata stilisticamente difficile e quella traversa: sul legno della porta difesa da Szczesny s'infrangono le speranze della Samp di agguantare il pareggio a Roma. Il 2-1 subito dai giallorossi non dice tutto: se il primo tempo è stato un pianto, la ripresa ha mostrato che la Samp può (e deve) fare meglio delle ultime giornate.
Alessandro Florenzi, 24 anni, a segno ieri per la Roma.
La Samp si presenta all'Olimpico con l'intenzione di schierare il 3-4-2-1, ma Moisander si fa male nel riscaldamento: Montella mette dentro Barreto e passaggio alla difesa a quattro dal primo minuto. Dal canto suo, Spalletti dispone un universale come Perotti alle spalle dell'unica punta Salah, con El Shaarawy e Florenzi a supporto.
Il primo tempo della Samp fa male a guardarlo. L'unico tiro dei blucerchiati è al 39', quando Correa prova un timido destro. Gli ospiti hanno un'altra grande occasione in contropiede al quarto d'ora, ma Muriel - che dovrebbe detronizzare in velocità il vecchio Maicon - si lancia la palla troppo in là e poi spara alto davanti a Szczesny.
Ben diverso il primo tempo della Roma, incisiva nei primi 20' di fronte alla Samp con il 4-3-2-1. Pjanic ha due occasioni di testa, ma nella prima spedisce a lato e poi centra Viviano. Ci provano Rudiger ed El Shaarawy, ma in generale l'estremo difensore blucerchiato non fa un intervento difficile. La svolta arriva poco dopo.
Dopo un quarto d'ora, Montella sacrifica Ivan da cursore destro, rimette Cassani al centro e torna al 3-4-2-1: all'improvviso, la Roma non trova più spazi. Tutto sembra indirizzato verso lo 0-0, ma l'ingenuità è dietro l'angolo: su una punizione battuta male, la Samp viene presa in contropiede. Sul tiro rimpallato di El Shaarawy arriva Florenzi, che insacca l'1-0 di testa. Da solo.
Non c'è momento peggiore per incassare il gol dello svantaggio. E la Samp rientra male in campo nella ripresa, visto che il 2-0 arriva al 49': El Shaarawy approfitta della mollezza della coppia Fernando-Soriano in disimpegno su un pallone vagante e serve Perotti. Silvestre ha mollato l'argentino e Ivan fa la diagonale tardi: l'ex Genoa batte Viviano per il 2-0.
Sembra finita, ma cinque minuti più tardi la gara si riapre inaspettatamente. Dopo che Pjanic ha sfiorato il 3-0, è lo stesso bosniaco a toccare una conclusione senza pretese di Fernando dal limite dell'area. Quanto basta per spiazzare Szczesny e accorciare le distanze. Con l'entrata di Quagliarella per Muriel, l'inerzia della gara cambia.
La Roma sfiora il terzo gol solo al 72', quando El Shaarawy spedisce fuori il pallone toccato da Ranocchia nel tentativo di fermare di Dzeko. Nel frattempo Montella si gioca anche le carte Álvarez e Cassano, dando alla Samp la possibilità di pareggiarla. All'87' gli scambi tra i neo-entrati portano Cassano in porta, con Szczesny però che chiude lo specchio.
Al 91' è Dodô a provarci, ma il suo destro è troppo centrale. La beffa però arriva al minuto 93: su corner battuto da Álvarez, Cassano amministra il pallone e passa a Dodô, che mette in mezzo: Cassani trova una girata stilisticamente difficile che meriterebbe il 2-2, ma la traversa nega il pari alla Samp e Szczesny - come tutta la Roma - può tirare un sospiro di sollievo.
Wojciech Szczesny, 25 anni, decisivo per la vittoria giallorossa.
A fine gara, cosa si può dire della Roma? Tre vittorie in una settimana e la gestione Spalletti sembra per ora fare il suo. Tant'è vero che il terzo posto è vicinissimo quando sembrava finita. Certo, la Roma rimane una squadra confusa, insicura, ma almeno ha deciso di giocarsela. Forse stavolta la vittoria è sembrata di troppo, come ha confermato anche Spalletti nel post-partita.
Le fasce del 3-4-2-1 hanno avuto esiti alterni. Se Dodô ha giocato un'ottima partita (aiutato dalla pochezza di Maicon e dalla poca brillantezza di Florenzi), Ivan si è disimpegnato bene dal punto di vista tattico, ma non è un cursore. Non è possibile chiedere a un ragazzo classe '95 con dieci gare di A alle spalle di fare quel ruolo quando ci sono quattro interpreti in rosa.
I cambi nella ripresa invece sono stati incoraggianti: Álvarez sta prendendo sempre più confidenza con il campo, migliorando a ogni ingresso in corso. Quagliarella in mezz'ora ha fatto vedere a Muriel come si gioca da prima punta, contrastando Rudiger e Manolas. E Cassano... beh, con la sua classe il suo quarto d'ora è stato illuminante.
Una cosa si è capita: il 3-4-2-1 (o 3-4-1-2 in caso di rimonta forzata) è la via. Con Quagliarella da prima punta, con Correa sempre in campo, con Soriano da sacrificare nel caso non fosse in forma, com'è successo ieri a Roma. Magari rischiando quel Pedro Pereira che sta marcendo in panchina dopo esser quasi passato al Leicester per nove milioni di euro.
Ora domenica prossima ci sarà la gara contro l'Atalanta: importante, ma non fondamentale. In fondo, Carpi e Frosinone non hanno guadagnato punti, mentre l'Hellas è stato fortunatamente ripreso dall'Inter. Domenica gli emiliani ospitano la Roma, i ciociari saranno a Empoli e l'Hellas affronterà la Lazio. Una vittoria cancellerebbe i rimpianti di ieri sera.
Antonio Cassano, 33 anni, brillante nel quarto d'ora giocato.
Immeritata, fortunata, probabilmente eccessiva. Il risultato finale di Samp-Roma non riflette affatto l'andamento della partita, ma il calcio non è mai stato uno sport giusto. Quindi ci prendiamo i tre punti e le riflessioni che ne devono derivare. Perché se non è oro tutto quello che luccica, allora è giusto pensare come la Samp possa (e debba) migliorare ancora molto.
Éder Citadin Martins, 28 anni, ancora a segno in campionato.
La Samp si presenta alla gara contro i vice-campioni d'Italia in forma discreta. La sconfitta di Torino è stata brutta, ma sette punti in quattro gare sono un buon bilancio. L'infrasettimanale è l'occasione per la prima da titolari per Correa e Zukanovic, mentre Mesbah è improvvisamente in campo. Garcia, dal canto suo, rimette dentro i titolari per cercare di nuovo i tre punti.
I padroni di casa decidono - come hanno fatto spesso in quest'inizio di campionato - di buttare buona parte della gara. Partono forti le accelerazioni di Muriel e Correa, tanto che l'argentino è il primo a impensierire De Sanctis con un tiro centrale al 9'. Ma è l'unico vagito di un primo tempo nel quale i blucerchiati non giocheranno quasi mai palla a terra.
La Roma ha subito la chance per il vantaggio: brutta respinta su corner di Silvestre e Nainggolan ha tanto spazio per calciare, ma il suo tiro all'11' è più di potenza e finisce fuori da ottima posizione. Poi sono Pjanic e Dzeko a impegnare Viviano a metà primo tempo, ma il portiere blucerchiato risponde presente. L'ultimo brivido prova a regalarlo sempre per Pjanic, ma il suo tiro dalla distanza è troppo facile per l'estremo difensore doriano.
La Roma sembra in controllo, ma non spinge con convinzione. E allora la Samp sfrutta la prima situazione buona in 50' e segna l'1-0 a sorpresa. Su punizione dai 25 metri, Éder sfrutta il buco creato nella barriera giallorossa dai suoi compagni e batte con un gran destro un De Sanctis immobile. Vantaggio inaspettato, ma per l'italo-brasiliano è il sesto gol in campionato.
Da lì, gli ospiti provano a spingere, ma sembrano spuntati e nervosi. Pjanic impegna ancora Viviano con una punizione deviata, ma il portiere blucerchiato è in serata di grazia e respinge ancora. Una forma confermata su Dzeko, ma poi bisogna arrendersi al 68': errore (grave) di Moisander in disimpegno difensivo e Pjanic serve Salah, solo e libero di insaccare il pareggio.
La Samp sembra accontentarsi. Zenga cambia Correa e Muriel per Ivan e Cassano. Su questo, Coach Z non sbaglia mai: i cambi sono sempre azzeccati. La Roma non tira più in porta e allora la Samp sfrutta un contropiede per andare ancora in vantaggio. Uno-due Cassano-Soriano e il numero 21 serve Éder: sul suo cross, Manolas spazza nella sua porta. Finisce con il 2-1 blucerchiato, immeritato ma vitale per migliorare ancora la classifica. E Garcia sprofonda nei suoi fantasmi.
Rudi Garcia, 51 anni, un uomo sempre più solo nelle scelte a Roma.
Viviano 7; Pedro Pereira 7.5, Silvestre 6 (dal 28' p.t. Moisander 6), Zukanovic 7.5, Mesbah 6.5; Soriano 6.5, Fernando 6, Soriano 6.5; Correa 5.5 (dal 14' s.t. Ivan 6.5); Éder 6.5, Muriel 5 (dal 32' s.t. Cassano 6.5) - già pubblicate su SampNews24
Al di là di tutto, va fatta una considerazione. Se è vero che la Roma ieri non avrebbe meritato di perdere, va anche detto come i giallorossi non vinceranno mai lo scudetto giocando così. Non si capisce neanche quale sia esattamente il problema, visto che la compagine capitolina ha fatto un ottimo mercato e ha risolto i problemi dell'anno scorso. Vedremo a fine stagione.
Quanto alla Samp, continuo a vedere una mancanza di gioco preoccupante. L'ha scritto bene Mario Petillo su SampNews24: ok, abbiamo vinto, ma senza il 2-1 saremmo così soddisfatti? Già il pareggio avrebbe fatto riflettere sui primi 50', assolutamente deficitari e giocati semplicemente rinviando la palla il più lontano possibile. Manca ancora qualcosa.
In questo catenaccio, c'è chi ne beneficia e chi ne soffre. Alla prima categoria appartiene Pedro Pereira, un classe '98 che non è umano se gioca con questa personalità alla terza gara da pro in carriera: è stato perfetto. Diverso il discorso per l'attacco. Se Éder ha comunque segnato un gol e ha causato un'autorete, c'è da riflettere sulla situazione di Muriel: da prima punta non rende. C'è poco da fare.
La prima da titolare di Correa e Zukanovic è stata a corrente alternata. L'argentino, quando ha avuto palla tra i piedi, è stato importante. Ha tirato una volta in porta, ha causato un giallo e ha propiziato la punizione dell'1-0: deve solo esser più continuo. Impressionante invece la prova del bosniaco, a suo agio da difensore spazza-palloni e recuperato dalla pubalgia che lo affliggeva.
Ora ci sarà l'Atalanta lunedì sera. Una sfida tosta, se pensiamo che la Samp ha vinto solo due delle ultime otto trasferte a Bergamo. Fortunatamente i nerazzurri non sembrano passarsela benissimo e giocano in maniera deficitaria, nonostante i cinque punti fatti in tre gare. Che sia l'occasione per svegliarsi da quest'illusione e giocare finalmente in maniera decente? Ricordiamoci che i tre punti non sono tutto.
Massimo Ferrero, 64 anni, in festa dopo la vittoria di ieri.
L'aveva detto Lorenzo De Silvestri negli ultimi giorni: «Ci manca una vittoria contro le grandi». Detto-fatto e la Samp trova un 2-0 a Roma contro i giallorossi in piena crisi. Nel primo tempo non sembrava un risultato possibile, ma con il vantaggio tutto è cambiato. E ora la Samp si permette addirittura di sognare la Champions, a soli quattro punti. Ma bisogna volar basso.
Francesco Totti, 38 anni, tra i migliori della Roma stasera.
La Samp si presenta all'Olimpico con una tradizione poco positiva contro i giallorossi (una vittoria in 12 anni) e spera nel colpaccio, specie dopo le due vittorie consecutive contro Atalanta e Cagliari, che hanno rilanciato i blucerchiati. Dal canto suo, la Roma deve rispondere alle critiche e al fatto che non vince da diverso tempo in campionato: una sola vittoria nel 2015 in A (a Cagliari) e tante, tantissime difficoltà per la compagine di Rudi Garcia. Mihajlovic non rinuncia al 4-3-3 e schiera un Eto'o terzino, mentre davanti Okaka deve tenere alta la squadra.
Il primo tempo è solo a marca giallorossa: la Samp si fa notare solo per tre gialli, ma non tira neanche una volta in porta. I primi 45' sono da schiaffi per la poca intraprendenza mostrata. Keita si vede un gol annullato al 15' (giustamente) per fuorigioco, ma al 27' Totti - che contro la Samp ci vede benissimo (15 gol) - tira centrale su Viviano dall'interno dell'area. Regini rischia in due occasioni: al 40' serve Gervinho con un retropassaggio corto, ma Viviano esce ed evita il peggio. Cinque minuti più tardi, il numero 19 blucerchiato rischia l'autogol, ma è ancora una volta il portiere della Samp a salvare sulla linea. Viviano si ripete anche al 47' su Gervinho lanciato in corsa verso la rete: il destro dell'ivoriano viene toccato in angolo.
Fortunatamente, Mihajlovic ha un piano in mente. Lasciata sfogare la Roma nella prima frazione, la ripresa è di tenore diverso. La Samp soffre un filino meno e comincia anche a farsi vedere in avanti. In più, la fortuna ha abbondantemente assistito la Samp nel momento giusto. Totti sfiora nuovamente il vantaggio al 47', poi la Roma scompare per venti minuti. E i blucerchiati ne approfittano. Al primo tiro in porta, la Samp passa in vantaggio un po' a sorpresa: gran lavoro di Eto'o sulla fascia, con il camerunense che salta due avversari e mette in mezzo. Romagnoli devia l'assist e a centro area c'è De Silvestri: il terzino viene contrastato da Florenzi, ma riesce comunque a tirare e porta la Samp in vantaggio al 59'.
La girandola di sostituzioni nella Roma non cambia nulla, nella Samp mette la partita nelle mani degli ospiti. Duncan e Muriel per Obiang e Okaka cambiano la gara, tanto che al 76' il Doria raddoppia. Fuga sulla fascia di Muriel, che rientra sul destro e salta Astori a centro area: la sua conclusione termina sul palo. Sul proseguimento dell'azione Duncan serve l'accorrente Eder, che salta quasi tutti, ma trova Astori sulla sua strada. Sul rinvio, c'è ancora Muriel, che batte De Sanctis: 2-0 e partita chiusa. La gara finisce ancor di più quando Viviano chiude per l'ennesima volta la saracinesca prima su Verde e poi (alla grande) su Pjanic. L'espulsione di Keita - con Calvarese troppo permaloso - è solo l'apice delle difficoltà romaniste: la Samp non vinceva all'Olimpico dal 25 aprile 2010, quando Pazzini lanciò i blucerchiati nella rincorsa al quarto posto.
Lorenzo De Silvestri, 26 anni, a segno per l'1-0 dell'Olimpico.
Indubbiamente la Roma avrebbe meritato qualcosa in più. Specie nel primo tempo, quando i giallorossi hanno dominato e la Samp ha rinunciato (sì, rinunciato: anche più del solito) a giocare nei primi 45'. Ciò ha creato la possibilità di un'ecatombe, ma la grande serata di Viviano e una Roma al tempo stesso sfortunata e imprecisa hanno permesso agli ospiti di restare in vita. Poi si sa: se non chiudi una gara, il gol può sempre arrivare dall'altra parte. E la Roma - in questo momento - è capace di perdere queste gare.
Tra le note positive, c'è da annoverare sicuramente Luis Muriel. Il colombiano è arrivato qui tra i dubbi di molti (compresi i miei): giusti gli 11 milioni spesi per un giocatore che in un anno e mezzo ha segnato quattro gol in 35 presenze in A con l'Udinese? Se la forma fosse questa sino a giugno, è stato un azzardo ben ripagato. Lo confesso: sono un suo ammiratore sin dai tempi di Lecce. Ho sempre pensato che fosse molto simile a Ronaldo, ma temevo che Udine e la sua condizione atletica l'avessero rovinato. Forse per sempre. Invece, Luis mi ha smentito e non posso che esserne felice. Può essere che nell'estate 2016 Luis ci saluti per 50 milioni direzione Liga, ma intanto godiamocelo a pieno.
E ora la classifica si mette bene, perché parla di un +7 sui cugini del Genoa (con una gara da recuperare contro il Parma) e sull'Inter, ovvero i veri rivali della Samp in questa corsa all'Europa. E guarda caso, la prossima settimana proprio i nerazzurri saranno ospiti della Samp al Ferraris. Un incrocio fondamentale. Delle quattro gare difficili a cavallo tra marzo e aprile, quella contro l'Inter è senza dubbio la più importante.
Perché? Facile. Palermo e Torino sembrano un po' scoppiate. Il Milan fatica. Il Genoa ha rallentato dopo il periodo d'oro. Insomma, la squadra di Mancini è l'unica vera contendente per il sesto posto. Una vittoria porterebbe la Samp a +11 dai nerazzurri a dieci giornate dalla fine, nelle quali gli ostacoli per i blucerchiati saranno le trasferte di Napoli e Firenze, più le gare casalinghe contro Juventus e Lazio. Un calendario fattibile, con tante gare in casa verso la fine del campionato. E un (possibile) vantaggio da gestire. Il presente è grande, ma il futuro è ancora più promettente.
L'esultanza della squadra dopo il 2-0 di Luis Muriel, 23 anni.
Di positivo c'è solo il punto. A Genova la sfida con la Roma era più attesa dai giallorossi che dai blucerchiati, ma il finale è uno 0-0 che probabilmente fa contenta solo la Samp di Sinisa Mihajlovic (nonostante la parole di Garcia a fine gara). Un pareggio tutto sommato giusto, che ha evidenziato la forma difensiva dei padroni di casa e le difficoltà degli ospiti, ancora un po' sotto tono dopo il 7-1 rimediato in Champions contro lo stellare Bayern Monaco di Pep Guardiola.
Roberto Mancini, 49 anni, e Gianluca Vialli, 50, in tribuna al Ferraris.
La Samp si presenta a questa gara al terzo posto, a tre punti proprio dalla Roma di Rudi Garcia. Mihajlovic ha da affrontare l'emergenza in difesa, dove Silvestre e Fornasier sono fuori per infortunio e Cacciatore per squalifica. Rientra Romagnoli dal 1' (prima gara per lui contro i colori giallorossi) e Regini sulla fascia mancina. Anche Soriano torna dall'inizio, mentre davanti è tutto invariato. La Roma, dal canto suo, fa un po' di turn-over dopo la cocente delusione di Champions e schiera un quartetto difensivo forse inedito, con Holebas al posto di Cole e Astori al posto dello squalificato Manolas.
Nel primo tempo, la Samp decide di contenere la Roma creando ben poco. Soriano ci prova al 6', ma il suo tiro è centrale per De Sanctis. Quello è l'unico spunto degno di nota dei padroni di casa nel primo tempo: si fa fatica a impostare il gioco, Gabbiadini e Okaka sembrano contratti. Anche gli ospiti non sono i soliti, ma di fronte a una Samp rinunciataria in fase d'impostazione ci provano. Nainggolan tenta all'8', ma trova una deviazione che porta a un corner. Al 16' è il turno di Holebas dal vertice alto sinistro dell'area di rigore, ma è facile per Romero. Poi al 30' l'occasione più nitida: lancio in profondità per Gervinho. All'ivoriano è accoppiato Gastaldello, che non può ovviamente tenerlo. Lanciato in profondità, l'ex Arsenal aspetta troppo per tirare e viene contrato da Regini. La palla però prosegue la sua corsa, supera Romero e Gervinho ha una ghiotta occasione per rimettere in mezzo dal fondo. Ma l'ivoriano tenta il tiro impossibile e centra il palo, sprecando una buona chance.
Il primo tempo è questo. Fortunatamente nella ripresa i blucerchiati si svegliano un po' e hanno un sussulto d'orgoglio. L'impostazione rimane carente - specie dai 30 metri dalla porta di De Sanctis in poi - ma qualche occasione comincia ad arrivare. Ancora Romero si deve impegnare su Gervinho al 46', ma l'allungo garantisce il corner ai giallorossi. C'è un gol annullato - giustamente - a Gabbiadini per fuorigioco, ma al 64' finalmente la Samp c'è: percussione centrale di Soriano fermata da Yanga-Mbiwa, palla a Obiang che ci prova ma trova i guantoni di De Sanctis. Al 69' i padroni di casa hanno la chance della vita: solita punizione di Gabbiadini a scavalcare la difesa, ma Okaka non ha la giusta reattività a due metri dalla porta e la spizza alta. La girandola di cambi produce poco per la Roma: entra Destro, ma è Florenzi ad avere una grande occasione su cross di Torosidis. L'incornata in contro-tempo non coglie impreparato Romero, che vola e devia il colpo di testa del giallorosso. Infine, la Samp ha la palla del match-point: altra punizione di Gabbiadini, Gastaldello è solo ma spara a lato da pochi metri. Lo 0-0 forse è giusto nel conto delle occasioni, ma la Samp deve imparare a unire coesione difensiva e gioco offensivo.
Gervinho, 27 anni, si mangia clamorosamente l'1-0 giallorosso.
Romero 6.5 - Rientra da titolare a Marassi e tira fuori una buona prestazione: sempre attento Gervinho, ottimo su Florenzi. De Silvestri 5.5 - Gervinho gli crea qualche problema. Lui potrebbe crearne tanti all'ivoriano sgroppando sulla fascia, ma lo fa poco durante la gara. Gastaldello 5.5 - Male pure lui: passaggi sbagliati, leggerezze e l'occasione mancata per l'1-0 su punizione di Gabbiadini. Romagnoli 6.5 - Meno preciso di altre volte, ma ugualmente efficace. Regini 6.5 - Dalle sue parti Llajic non crea molto. Fondamentale nel salvataggio su Gervinho. Esce per infortunio: speriamo non sia niente di serio. Soriano 6 - Primo tempo volenteroso ma pasticcione, meglio nella ripresa. Palombo 5.5 - Vero che il gioco della Roma è quasi tutto sulle fasce, ma lui fa poco filtro e imposta ancora meno. Obiang 5.5 - Leggasi Palombo: il pomeriggio di Cagliari sembra lontano. Anche se è la sua prima gara difficile in questa stagione... Gabbiadini 5.5 - Punizione a parte per il quasi-assist a Gastaldello, c'è poco da notare della sua prestazione. Un gol annullato (giustamente) per fuorigioco e l'urlo strozzato in gola. Okaka 5 - La prima partita veramente insufficiente di Stefano Okaka in questa stagione. Yanga-Mbiwa lo mette in difficoltà più di quanto sarebbe stato previsto. E si mangia l'occasione dell'1-0, anche se era difficile da metter dentro. Eder 6 - Il migliore dei tre davanti. Mette in difficoltà Torosidis e costringe Llajic ad arretrare. Nel finale esce per far spazio a Rizzo e mantenere il punto.
Mesbah 5.5 - Entra per l'infortunato Regini e cominciano a sfondare sulla destra. Rizzo s.v. - L'obiettivo era fare legna a centrocampo nel finale di gara. Bergessio s.v. - Qui le colpe vanno a Mihajlovic: non si capisce cosa possa fare l'argentino in una partita così brutta in cinque minuti più recupero. Un ingresso tardivo.
Non è stata affatto una gran gara quella della Samp. Così come la Roma non era al suo massimo: i giallorossi hanno avuto tre nitide palle-gol, ma sono abituati a far meglio di così. Se da una parte la Samp ha mantenuto la vocazione "Atlético" - ovvero quella di far giocare l'avversario peggio di come potrebbe - dall'altra ha creato molto poco con il gioco. Le tre occasioni blucerchiate sono arrivate da calci piazzati o spunti individuali: si può fare meglio di così. Anche perché mercoledì si va a Milano per giocare contro la pericolante Inter dell'ex Mazzarri, in grande crisi. Vedo grande ottimismo in giro dopo questa gara perché si è affrontata la Roma, ma si è deciso - sopratutto nella prima frazione - di non giocare questa partita, ma di contenere la Roma. Spero di non vedere più uno scenario del genere. Dobbiamo giocarcela con tutti, anche a costo di perdere le gare. Meglio così che prendere una rete dopo aver visto 45' senza un tiro in porta. O forse no?
Il rientro sfortunato di Vasco Regini, 24 anni, costretto a uscire per infortunio.