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25 settembre 2017

Manifesto identitario.

«La miglior partita da quando sono qui per intensità, continuità, capacità d'attenzione e fastidio all'avversario»: le parole di Marco Giampaolo sono chiare e non posso che condividerle. La Sampdoria annichila per cattiveria il Milan e vince 2-0, con un punteggio che rispecchia il pomeriggio straordinario dei ragazzi del tecnico blucerchiato.

Ricky Álvarez, 29 anni, segna il 2-0 appena entrato dalla panca.

La Sampdoria torna all'assetto consuetudinario dopo lo sfortunato pari di Verona contro l'Hellas: la novità vera è l'esordio di Ferrari, che avevo caldeggiato e finalmente i tifosi hanno avuto modo di vedere con i propri occhi. Zapata stavolta parte dall'inizio, mentre il Milan persegue il 3-5-1-1, con Suso dietro l'unica punta Kalinic.
Il primo tempo (in realtà, tutta la gara) ha raccontato di una squadra ospite spuntata, incapace di superare le linee di pressing della Sampdoria, sempre pronta a schiacciare il possesso palla degli ospiti e a renderlo complicato, se non impossibile. Il Milan ha avuto una sola occasione, con Abate al tiro ampiamente largo al 1'.
Poi la Sampdoria ha applicato una pressione costante e ha rischiato di vedersi assegnare un rigore con la Var, ma l'intervento di Valeri - insensato, la palla non colpisce la mano di Kessié sul cross di Strinic - viene cambiato dalla tecnologia. Ciò nonostante, inizia la personale sfida di Duvan Zapata con Donnarumma.
Il colombiano ha ben tre occasioni da rete solo nei primi 45': prima ci prova due volte di testa (sulla prima Donnarumma para, sulla seconda la palla sfila a lato di poco), poi sfugge via di velocità a Bonucci (come in Udinese-Juve della passata stagione) e rientra sul destro, trovando però il portiere rossonero sulla propria strada.
Anche Ramírez e Torreira provano a scaldare i guantoni di Donnarumma, ma non trovano la porta con le loro conclusioni. L'incredibile è che il copione rimane lo stesso nella ripresa, con il Milan spesso colto in fuorigioco e Montella che ha operato i primi cambi solo dopo 77 minuti. Un tiro mancino di Suso è il massimo prodotto dagli ospiti nella ripresa.
Ramírez e Praet combinano al 63', ma il belga non impensierisce il 99 rossonero. Poi al 71' arriva il gol-chiave: su un cross piuttosto brutto di Bereszynski, Cristian Zapata respinge male, Bonucci si addormenta e Zapata punisce Donnarumma da posizione ravvicinata. Vantaggio meritato e giallo per il portiere, lo stesso fato di Bonucci qualche minuto più tardi.
Il Milan si butta in avanti, ma non riesce a creare nessun pericolo. Anzi, è la Sampdoria a raddoppiare nel finale dopo la girandola di cambi: Álvarez prende il posto di Praet e ruba palla dopo un retropassaggio orrendo di Borini. Zapata scivola, Bonucci è nuovamente in ritardo e l'argentino incrocia sul palo opposto da fuori area: 2-0 e match chiuso.


Puggioni 6.5; Bereszynski 7, Silvestre 6.5, Ferrari 6.5, Strinic 7; Barreto 7, Torreira 7.5 (dal 47' s.t. Capezzi s.v.), Praet 7.5 (dal 45' s.t. Álvarez  6.5); Ramírez 6.5 (dal 38' s.t. Verre s.v.); Quagliarella 6.5, Zapata 7.5

Erano sette anni che la Sampdoria non batteva il Milan sul proprio terreno di gioco. Quel pomeriggio, i gol della premiata ditta Cassano-Pazzini ribaltarono il risultato, con i rossoneri andati in vantaggio grazie a Borriello. A qualcuno piace cercare analogie europee; io mi limito a dire che sono contento di aver sfatato il tabù.
E il Milan? Semplice: non erano fenomeni prima, né scarsi ora. Molti media - soprattutto quelli della bubble rossonera - hanno provato a venderci una squadra in grado di lottare per lo scudetto, dimenticando però due dettagli. Primo: Montella ha vinto solo una Supercoppa Italiana e non ha mai allenato in Champions. Secondo: per assemblare una squadra, ci vuole tempo.
La Sampdoria può invece concentrarsi sulle note positive. Che portano i nomi e i voli di Duvan Zapata, Ivan Strinic e Dennis Praet. I tre hanno disputato una gara maiuscola, al di là del gol del colombiano: presenza, puntalità e tanta concentrazione han fatto sì che il Doria portasse a casa un risultato di prestigio (il Milan sarà pure in costruzione, ma...).
E ora ci sarà la tappa di Udine prima della sosta. Una tappa significativa, se non altro perché vincere di nuovo porterebbe la Sampdoria a quota 14 punti: un percorso netto, sfruttando al meglio il calendario. Inoltre, l'Udinese è sembrata tutto tranne che entusiasmante in quest'inizio ed è ancora alla caccia della giusta identità: l'opposto della Sampdoria.

La festa dei giocatori e del presidente Ferrero a fine gara.

15 novembre 2016

Da ribelle a indiano.


«Ho sbagliato per sbagliare, non perché lo dite voi.
E non mi pento proprio, sono in riserva ormai
Io ci credo in quel che voglio, e forse voglio farmi male
E non mi riconosco in quello che conviene».


Se Antonio Cassano fosse una canzone, non ci sono liriche che potrebbero descrivere la sua vita calcistica meglio di queste. A 34 anni, la sua carriera sembra ai titoli di coda ed è triste dirlo, visto che chiunque l’abbia visto nel suo prime potrà certamente condividere un concetto: Antonio Cassano è stato uno dei più grandi talenti prodotti dall’Italia nel dopo-guerra.

Almeno dal punto di vista tecnico, è difficile trovare una possibile controindicazione a questa visione. Il problema di Cassano è risieduto altrove, nell’incrollabile immagine (e per molto tempo essenza) che l’ha inquadrato come l’esempio paradigmatico del concetto di “genio e sregolatezza”. Un topos narrativo che l’Italia ama molto: altrimenti non avremmo avuto i Beccalossi negli anni ’80 e non si spiegherebbe perché i primi due gol di Balotelli a Nizza abbiano qualche rilevanza.

Ma Cassano è stato diverso: in direzione ostinata e contraria, fedele solo a sé stesso. Tuttavia, anche quest’orientamento ha subito delle evoluzioni in 17 anni di carriera: perché Cassano è comunque cambiato. Magari non in campo (o almeno non così tanto), dove gli piace continuare a vederla a modo suo, con qualche rara eccezione.

Non siamo i soli a porci qualche domanda da sliding doors.

Cassano sembra esser cambiato fuori. Rimane un testardo ai limiti dell’autolesionismo, uno che avrebbe potuto avere un’altra parabola con la metà delle follie combinate in carriera: non si è mai piegato a nulla, se non a una città sul mare che non ha mai smesso di amare. Oggi, però, Cassano sembra un indiano solo nella sua riserva prescelta, un deviato coerente nella sua logica, anarchico a ogni costo, ma con i suoi riferimenti.

Sembra passata una vita dal 2008, quando uscì il suo libro, scritto a quattro mani con il giornalista Pierluigi Pardo: «Se quel Bari-Inter non ci fosse stato, sarei diventato un rapinatore o uno scippatore, comunque un delinquente. Molte persone che conosco sono state arruolate dai clan. Quella partita e il mio talento mi hanno portato via dalla prospettiva di una vita di merda. Ero povero, ma tengo a precisare che nella mia vita non ho mai lavorato anche perché non so fare nulla. A oggi mi sono fatto 17 anni da disgraziato e 9 da miliardario me ne mancano ancora 8, prima di pareggiare».

Visto che il conto sembra ormai in pari (temporalmente e soprattutto economicamente), abbiamo scelto dieci gol per raccontare uno dei talenti più cristallini e controversi dell’intera storia del nostro calcio.


1. Bari-Inter 2-1, 18 dicembre 1999 – Serie A 1999/2000

Due dettagli vengono alla mente pensando a quella sera. Il primo è quello di Caressa, che in telecronaca ci racconta che «abbiamo visto due grandi gol». Già, perché oltre alla nascita di Cassano, ci sarebbe anche quella di Michael "Hugo" Enyinnaya, compagno di primavera in quel di Bari e autore di un’altra rete-monstre. Poteva essere il primo di tanti successi, invece sarà la one-hit wonder del nigeriano.

Il secondo riguarda la vittima designata del Millennium Bug del calcio italiano. A pochi giorni dall’inizio del nuovo millennio, il giovane numero 18 del Bari segna il suo primo gol da professionista – e che gol! – alla sua squadra del cuore, allenata in quel momento dall’allenatore che meno l’ha apprezzato e che forse ha incarnato di più quei valori di regolarità da cui Cassano è sempre fuggito.


Si intravedono già alcuni colpi, soprattutto il marchio di fabbrica, quel controllo magnetico che sfida le leggi della fisica (lo si nota anche qui e qui). Sembra quasi che Cassano abbia capito meglio degli altri l’andazzo «Chi ben comincia è a metà dell’opera». In questo tipo di gol, il suo stop gli fa guadagnare un tempo sull’avversario, che è già in ritardo quando Cassano è pronto a eseguire il tiro.

Tuttavia, il suo talento grezzo è da svezzare e l’apporto realizzativo è ancora basso (sei gol in un anno e mezzo). Soprattutto il Bari è in una situazione complicata e Cassano vive situazioni contrapposte nello stesso club: da una parte il rapporto padre-figlio con Fascetti, dall’altra la poca intesa con la presidenza Matarrese.

Nella seconda stagione con i Galletti, le ultime partite neanche le gioca perché è già della Roma. Nelle ultime dieci, il Bari ne perde nove e scende in B: l’unico punto è nell’ultima presenza di Cassano col Bari. Per altro, quest’ambiguità di rapporto è perdurata anche negli ultimi anni: persino da svincolato, Cassano non è mai tornato a Bari, nonostante gli applausi per lui al San Nicola non siano mai mancati.

2. Roma-Hellas Verona 3-2, 13 gennaio 2002 – Serie A 2001/02

L’arrivo nella Capitale di Cassano è un terremoto a crescita graduale. Roma accoglie un ragazzo pieno di eccessi, che dovrà inserirsi nella rigida disciplina di Fabio Capello dopo un investimento pesante da parte dei Sensi (50 miliardi più metà del cartellino di Gaetano D’Agostino). Il suo primo anno a Roma è di apprendimento: i giallorossi hanno appena vinto il terzo scudetto con il 3-4-1-2 e ci sono alcune pedine insostituibili.

Nonostante lo aspetti il primo anno di decadimento, non si può panchinare Batistuta dopo il contributo per lo Scudetto dell’anno precedente. Non si può rinunciare nemmeno a Marco Delvecchio, fondamentale per duttilità tattica e capacità di sacrificio. Per non parlare di Francesco Totti, che ormai è conosciuto anche a livello internazionale (5° nella classifica del Pallone d’Oro 2001: miglior risultato personale di sempre).

Così Cassano funge da dodicesimo uomo insieme a un gruppo ristretto di giocatori da alternare ai titolarissimi (Montella, Marcos Assunção, Lima) e si guadagna spazio lungo il corso della stagione. Continua a segnare poco, ma è normale: non è facile mettersi in mostra quando su 30 partite giocate, 23 sono da subentrante.


Il tutto nonostante Cassano inizi a diffondere la sua fama non propriamente benefica (per lui o per gli altri): litigi, comportamenti poco professionali o non conformi all’ambiente, azioni fuori dalle righe. Tutto si comprime in un’unica parola menzionata da Capello, che ha avuto persino il riconoscimento della Treccani: “cassanata s. f. (scherz. iron.) Gesto, comportamento, trovata, tipici del calciatore Antonio Cassano”.

Quando le tue azioni diventano un neologismo, in ogni caso, puoi dire di aver lasciato un segno. C’è anche un gradiente di queste cassanate da 1 a 10: il grado minimo è lasciare il cellulare acceso a tavola nonostante Capello ti abbia detto di non farlo. Un buon 8 sono le corna all’arbitro Rosetti nella finale di Coppa Italia un anno più tardi. Per il 10 – inteso come massima unione di autolesionismo e conseguenze dannose – ci sarà tempo.

3. Roma-Juventus, 1 dicembre 2002 – Serie A 2002/03

Quell’anno deve esser stato utile anche per sviluppare e coltivare la miglior partnership vista nel calcio italiano degli ultimi anni. Totti e Cassano non potrebbero esser più diversi dal punto di vista caratteriale, ma nessuno dei due ha mai negato di essersi divertito con l’altro sul campo. E l’apice di questo codice segreto tra i due, ma visibile a tutti, è il gol alla Juve in una fredda serata del 2002.


Non è calcio, ma telecinesi: è vero che Totti è sempre stato in grado di giocare con un tempo d’anticipo rispetto ai suoi avversari, ma è anche vero che Cassano è stato in grado di parlare la sua stessa lingua, nonostante doti diverse dal punto di vista fisico e tattico.

In diversi momenti della sua carriera, Cassano ha ribadito sempre come Totti sia stato il partner migliore. Il desiderio di giocarci insieme una volta arrivato a Roma, la stima tecnica e umana (Cassano ha vissuto da Totti per un periodo), poi un litigio dovuto alla mancanza di rispetto del giovane barese e infine una sorta di indifferenza perenne, nonostante la guasconeria di Cassano a ogni incontro tra i due.

I percorsi tecnici dei due si intersecano al momento giusto: Totti segna 55 gol tra il 2002 e il 2005, germogliando dentro di sé quelle doti da prima punta letale che poi Spalletti sfrutterà spostandolo nella posizione di falso nueve. Cassano, al contrario, è ancora mobile lungo tutto l’arco del campo: non si piazza ancora sul vertice alto a sinistra dell’area di rigore.

Capaci di giocare simultaneamente da prima e seconda punta, i due diventano una coppia esplosiva. E il gol alla Juve lo dimostra in pieno. Il 2002-03 è una stagione tremenda per la Roma (intrappolata tra equivoci tecnici e risultati altalenanti), ma per Cassano è il trampolino per responsabilità più importanti.

4. Polonia-Italia 3-1, 12 novembre 2003 – Amichevole a Varsavia

A 34 anni e dopo il suo primo Mondiale, possiamo dire che Cassano ha chiuso con la nazionale. Un rapporto mai facile, spesso pieno di ombre e contrasti che non l’hanno portato lontano. Ancora una volta, il rapporto con i rispettivi allenatori è stato fondamentale.

Cassano è in età da U-21 quando esordisce in nazionale maggiore, ma con Gentile le cose non vanno bene. E allora Trapattoni lo chiama per un’amichevole in Polonia: l’Italia perde 3-1, ma l’attaccante della Roma segna il suo primo gol all’esordio assoluto in nazionale. Ed è una gemma esemplificativa del suo repertorio.


Prima e soprattutto dopo quella rete, tanti atteggiamenti e qualche ostracismo hanno impedito a Cassano di fiorire in nazionale, nonostante a un certo punto il bacino di talento si sia incredibilmente ristretto. Del suo bilancio in azzurro (39 presenze e dieci gol), rimane il contributo importante in tre diversi Europei in cui ha avuto altrettanti allenatori (Trapattoni, Donadoni e Prandelli).

Ciò nonostante, il rimpianto Mondiale è rimasto fino al 2014, quando Cassano si è conquistato la convocazione alla sua prima Coppa del Mondo grazie alle magie con il Parma. Forse è stato anche poco sopportato dai suoi compagni di squadra, memori del passato e di alcune uscite mediatiche poco felici.

Nonostante tutte le smentite di rito, Cassano si è probabilmente sentito più malvoluto che amato dal suo paese. Troppo unico per essere capito, troppo bizzarro per esser compreso fino in fondo, troppo bizzoso per esser assecondato a certi livelli. Quel livello nel quale l’attitudine da “soldatino” – da lui tanto rigettata – sarebbe servita.


5. Roma-Juventus 4-0, 8 febbraio 2004 – Serie A 2003/04

Qualche mese più tardi, lo stesso avversario della stagione precedente certifica l’upgrade definitivo di Cassano da promessa a stella. O almeno così sembra. Non c’è dubbio che sia così dal punto di vista tecnico: lo si vede nella cavalcata della Roma fino alla fine del girone d’andata, quando la squadra di Capello domina il campionato prima di perdere lo scontro diretto con il Milan e deragliare per il resto della stagione.

In quella gara Cassano fa quel che vuole. L’intesa con Totti è ai massimi livelli nel 4-4-2 di Capello; lui è cresciuto ancora tecnicamente e fisicamente e la Juve nonostante Lippi non è in grado di tenere il passo delle due duellanti per il titolo. Cassano chiude la gara con un bilancio di un rigore guadagnato e una doppietta.

A colpire, però, è il gol del 4-0. Sembra una rete facilissima – smarcato, solo, con Buffon a rincorrerlo in porta – ma in realtà evidenzia un’altra dote di Cassano: il colpo di testa.


Un punto di forza che l’attaccante ha mostrato in diverse fasi della sua carriera, visto che Cassano ha segnato tanti gol di testa (anche a Madrid, a Genova e a Milano). E non è proprio facile colpire il pallone con quel poco angolo di torsione della testa, stando praticamente fermi sul cross di Mancini. Ci vuole talento anche per questo.


Poi Cassano ci dà la dimostrazione visiva di come “io sono più forte, ve lo faccio vedere e me ne frego”: il 18 giallorosso rompe la bandierina, si prende un giallo gratuito e ha una breve discussione con Collina. Ma soprattutto il 2003-04 è la miglior stagione in A di Cassano dal punto di vista realizzativo (14 gol).

6. Levante-Real Madrid 1-4, 10 settembre 2006 – La Liga 2006/07

Dopo aver messo la firma sul gol più importante di un travagliato 2004/05 (quello che ha salvato la Roma a Bergamo da guai peggiori), Cassano sente la necessità di andar via. La sente anche la società, incapace di gestirlo da quando Capello è andato via. Al suo posto si sono succeduti Rudi Völler, Delneri, Bruno Conti e Spalletti, ma nessuno è riuscito a contenere il suo profilo sempre più ingombrante.

L’accordo con la Roma scade nel giugno del 2006 e la società non vuol offrire una cifra più alta rispetto ai 3,2 milioni già pattuiti. In più, la società decide di togliere a Cassano i gradi di vice-capitano: una scelta che lo fa infuriare e che cancella qualunque possibilità di rinnovo, nonostante nel settembre del 2005 ci fosse stato qualche segnale di speranza.

Così arriva il Real Madrid, che lo acquista per appena cinque milioni di euro. Ci sarebbero Inter e Juventus, ma come ha detto Cassano in un’intervista ad AS qualche mese fa: «Con tutti quei campioni, come potevo dire di no? La verità è che a Madrid si possono seguire due vie: si può stare con la famiglia ed esser professionali, ma se sei single non puoi essere concentrato. Con un contratto di cinque anni alle spalle, sono stato uno stupido».


Forse aveva conquistato il Real già nelle occasioni precedenti in cui la Roma ha affrontato i Blancos in Champions (ben sei nel giro di quattro anni), come quando Cassano segna al Bernabeu portando la Roma momentaneamente sul 2-0. E l’avventura inizia anche bene: gol al Betis in coppa dopo esser entrato da tre minuti, altra rete nel derby di Madrid. Però l’allenatore Juan Ramón López Caro vorrebbe vederlo in una condizione migliore, non quella parodiata da Carlos Latre, comico spagnolo.

Lo chiamano El Gordito (“Il grassottello”, per distanziarlo da Ronaldo, anch’egli in condizioni non eccellenti), ma l’arrivo di Capello nell’estate del 2006 sembra essere una benedizione. Nonostante gli arrivi di van Nistelrooy e del giovane Higuain, Cassano trova spazio all’inizio, segnando anche un gol contro il Levante.


A fine ottobre, il Real lo mette fuori rosa: qualcuno pensa per l’imitazione di Capello da parte dell’attaccante, ma in realtà Cassano ha confessato come 45’ di riscaldamento a Jerez lo abbiano portato al litigio con Capello («Ma aveva ragione lui»). Don Fabio vincerà la Liga e Cassano decide di lasciare Madrid. Vuole tornare sul mare e c’è qualcuno che lo aspetta.

7. Palermo-Samp 0-2, 11 maggio 2008 – Serie A 2007/08

La stagione 2007-08 di Antonio Cassano è la migliore della sua intera carriera per topos narrativo (quella della rinascita: le opere prime sono solitamente le migliori…) e il combinato di gol e assist (9+6, ma se analizzassimo i passaggi chiave e i dribbling riusciti qualunque contenitore statistico impazzirebbe). Un’annata notevole non tanto nelle cifre, bensì pensando a dove Cassano era rimasto appena un anno prima.

La punizione messa nel sette al Barbera – manco fossimo in modalità allenamento-sfida a Pro Evolution Soccer – mette in evidenza un altro fondamentale straordinario nel bagaglio tecnico di Cassano. Mi sono sempre chiesto perché al massimo del suo prime i creatori di videogiochi non gli avessero dato un buon 95 nella precisione del tiro.

Più che la precisione, ha sempre stupito la sua capacità di controllare la potenza da dosare nel pallone. Cassano è capace di piazzare col piatto con fare da giocatore pro di biliardo o sparare una bomba da 25-30 metri. Ha sempre preferito la prima perché è l’esecuzione che più confà il suo gioco, ma entrambe le strade sono sempre state percorribili.


Alla Samp ha trovato il suo eden: il 2008-09 è la certificazione definitiva. 15 gol e 17 assist in una stagione che per il Doria sarà più di rimpianti che di gioie. Le intemperanze non mancano come al solito, ma a Genova le maglie sono più larghe: si è capito che con Cassano si può andare lontano.

8. Samp-Palermo 1-1, 6 gennaio 2010 – Serie A 2009/10

La Lanterna è una purificazione: l’ambiente di Genova – che ha qualcosa della sua Bari, oltre al mare – mette Cassano al riparo da molte distrazioni. Certo, «si può togliere il ragazzo dal ghetto, ma non il ghetto dal ragazzo» e quindi non tutto fila tranquillo. Ma Cassano ha piena libertà da Mazzarri di stazionare sull’area centro-sinistra del campo: da lì arrivano tanti assist e diversi gol, con due stagioni consecutive in doppia cifra in A (10+12): mai successo prima e dopo la parentesi genovese.

L’incontro con Gigi Delneri – in arrivo al Doria dopo un ottimo biennio a Bergamo – ha un che di particolare. Per due motivi: a) Delneri ha già incrociato Cassano e ha fallito nel gestirlo a Roma; b) Delneri in un anno riesce a entrare in una categoria a parte degli allenatori avuti da Cassano: quelli che hanno cambiato la considerazione che il barese aveva di loro. E non solo a livello caratteriale.

Quando arriva nell’estate 2009, Delneri deve adattare il suo 4-4-2 alla coppia d’attacco Cassano-Pazzini. A un certo punto, però, qualcosa s’inclina: Cassano finisce fuori dai titolari per scelta tecnica (sebbene si pensi a un litigio) e la sua cessione alla Fiorentina sembra cosa fatta, ma tutto salta all’ultimo. La Samp naviga bene senza Cassano e quando il 99 rientra, lui suggella una gara contro la Juve con un gol da 40 metri.

Il campionato si concluderà con la qualificazione al preliminare di Champions League e Cassano farà ammenda tecnica per la prima volta in vita sua: «Il mister ha fatto le sue scelte e io le ho accettate a malincuore: quando sono rientrato ho dimostrato di poter fare la differenza. All'inizio ero scettico (sulla nuova posizione, più vicina alla porta, ndr), ma poi ci siamo capiti: abbiamo fatto qualcosa di stratosferico».

Nel pieno della sua maturità calcistica, al 28enne Cassano riesce praticamente tutto. Il simbolo di questa completa e assoluta consapevolezza del suo talento è un gol che probabilmente pochi ricorderanno: una rete al Palermo in uno scialbo 1-1.


Se Cassano ha ormai massimizzato il controllo degli spazi (con alcuni passaggi filtranti da “Assist 101”), qui c’è tutto il talento di Cassano nell’utilizzare al massimo le sue risorse. Su di lui c’è il giovane Kjær, a cui rende 15 centimetri. Ma il 99 blucerchiato si avvicina quasi casualmente, sceglie la posizione giusta e usa quella forza nascosta che ha nella parte bassa del corpo (baricentro e delle gambe granitiche) per difendere la sua porzione di campo.

Il danese tenta un salto scomposto, ormai in posizione di debolezza, e cerca un fallo per un contatto troppo veniale. Nonostante Kjær, Cassano è riuscito a stoppare la palla in maniera sufficientemente adeguata: viste le condizioni del contatto, direi ottime. Punta la porta: vorrebbe la soluzione Pazzini, ma Bovo chiude qualunque spazio e allora attende che Sirigu vada giù. Quando vede che anche quest’opzione è preclusa, va con il colpo da biliardo già accennato in precedenza.

Finalmente Cassano ha tutto quello che vuole: un ambiente che lo idolatra in maniera assoluta, un gruppo che lo sostiene, un contesto che lo valorizza al massimo anche dal punto di vista tecnico. O almeno così sembra, fino a una mattina di fine ottobre dove il grado 10 delle “cassanate” viene raggiunto per danni e protagonisti.

9. Fiorentina-Inter 4-1, febbraio 2013 – Serie A 2012/13

Tutto crolla dopo una trasferta a Milano: la Samp ha strappato un punto contro l’Inter di Benitez e ritorna a Bogliasco per allenarsi. Cassano dovrebbe ritirare un premio a Sestri Levante, ma non vuole: scende in campo personalmente il presidente Riccardo Garrone, ma la situazione degenera tra i due e Cassano gli urla di tutto.

Il patron blucerchiato, in un moto di dignità e con un filo di scelleratezza economica (la Samp pagherà di tasca sua per mandarlo via), chiude a Cassano le porte della prima squadra e chiude all’arbitrato un’avventura di tre anni e mezzo. Quando si tratta di svincolati, il Galliani degli anni 2010 non perde tempo e si butta sul barese. Del resto, il Milan è in corsa per lo Scudetto e un rinforzo del genere fa comodo.

Da lì la carriera di Cassano è un roallercoaster emozionale, voluto dal giocatore per disfarsi continuamente dei fantasmi passati in vista di lidi più felici, salvo scoprire che tanto idilliaci non sono. Milano è il set di una sceneggiatura che inizia con un proclama tanto esagerato quanto destinato a rivelarsi falso: «Sono sicuro che qui sarà la mia ultima tappa: sopra il Milan c’è il cielo. È l’ultima occasione: se sbaglio, sono da manicomio».


Le cose procedono bene per un anno: Allegri gestisce Cassano, lo alterna con Pato, Robinho e Ibrahimovic. Lo stesso svedese si scomoda in qualche carezza mediatica: «Tevez? Mi manca Cassano, non Tevez. Con lui diventa tutto più facile: gioca da seconda punta e riesce a darti il pallone da posizione impossibile». La partenza col botto del 2011-12 (sette assist e tre gol) viene bloccata però da un problema al cuore.

Ci vogliono un’operazione e sei mesi di recupero per tornare in campo, giusto in tempo per conquistarsi la “10” dell’Italia a Euro 2012, dove Cassano forma un coppia bella e maledetta con Balotelli. Ma qualcosa in casa Milan non va: a sorpresa arriva uno scambio tutto milanese, con Pazzini in rossonero e Cassano all’Inter. A posteriori, una trattativa che non ha giovato a nessuno.

Altra presentazione, altro round di scuse (oltre al solito cielo): «Ho detto che se sbagliavo, sarei stato da manicomio, ma non ho sbagliato io… non c’entrano giocatori o allenatori, ma qualcuno più in alto. Non voglio dire neanche il nome (Galliani, ndr): devo ringraziare i tifosi e l’ambiente, ma lui no». Con il contratto in scadenza nel giugno 2014, il barese avrebbe voluto un rinnovo mai arrivato.

I primi tre mesi dell’Inter 2012-13 sono da sogno: la squadra vola, mostra un calcio divertente (più grazie ai suoi fuoriclasse che per una vera struttura di gioco) e si toglie lo sfizio di violare lo Juventus Stadium per 3-1. Lì c’è l’apice di Stramaccioni all’Inter, con il sogno che perde vigore nel girone di ritorno: un disastro da 19 punti in altrettante partite, che valgono il nono posto finale.

Il rapporto tra tecnico e Cassano – inizialmente ottimo, come dimostra una parodia dello stesso allenatore – si rovina verso marzo, complice un diverbio quasi finito alle mani. Il tentativo di ridimensionare quanto uscito dallo spogliatoio di Appiano Gentile è forse peggiore anche della lite in sé, ma l’unica notizia buona per Cassano è che non ha (ancora) perso il meglio del suo repertorio.


Prendiamo questo gol contro la Fiorentina: dicevamo sopra del Cassano da biliardo, ma qui l’attaccante tira fuori una discreta legnata dalla distanza in una partita ormai chiusa, ma utile per ricordarci come le possibilità di Cassano siano più di quelle che sembrano ormai conosciute.

Nonostante i ponti rasi al suolo a Milano e un’operazione al cuore, il 99 ha comunque collezionato un’altra annata da 15 assist in tutte le competizioni: è il segnale che l’attaccante può ancora esser utile, se saprà tenere a bada certi comportamenti e sarà inserito in un contesto a lui congeniale. E la chance arriva.

10. Chievo-Parma, 21 settembre 2014 – Serie A 2014/15

L’ultimo Cassano di alto livello si è visto in gialloblu. Stanco della Milano che non lo capisce (e forse le due società meneghine lo erano altrettanto di lui), Cassano fugge nella tranquilla Parma. Una piazza che per molti tratti – tra cui storia e ambiente – si può associare alla Samp, nonché per un gemellaggio che dura da molti anni.

Saranno solo delle coincidenze, ma Cassano torna quello visto a Genova. I suoi movimenti sono cambiati e avere 31 anni non è come averne 25, ma al Tardini incanta. Cambia anche un filo il suo modo di giocare, con FantAntonio più vicino alla porta e meno sul centro-sinistra: forse Cassano ha compreso che non ha più la stessa resistenza atletica di un tempo e deve adattarsi.

Il 2013-14 è un anno magico: il Parma finisce in Europa League (salvo poi vedersela revocare per la mancata licenza), Cassano segna 12 gol (di cui tre al Milan) e si guadagna il primo Mondiale della sua vita. Molto è dovuto anche al legame con Donadoni, uno degli allenatori che ha saputo gestire meglio il talento di Bari Vecchia.

La “zona Cassano” c’è sempre.

Dopo l’estate, tutto è cambiato. Le ultime due annate di Cassano sono state grigie, quasi incolori: i primi gol con il Parma, la decisione di lasciare il capoluogo emiliano di fronte alla confusione societaria, i sei mesi di stop, la voglia di tornare nella Genova blucerchiata prima stoppata e poi accettata. In realtà, il ritorno alla Samp è una manovra di Ferrero per recuperare credito dopo una precoce eliminazione in Europa League.

I contrasti con Zenga non hanno giovato: in fondo, l’Uomo Ragno non ha mai veramente voluto Cassano. Con Montella c’è stato qualche guizzo, ma si è visto come l’inattività forzata avesse condizionato la forma del 99, incapace degli scatti e delle accelerazioni di Parma. E così siamo arrivati all’epilogo finale, forse il più triste.


Titoli di coda

A oggi, Antonio Cassano è un giocatore della Samp solo pro-forma. La società ha fatto rimuovere la sua foto dal sito ufficiale e Ferrero sperava di potersi liberare di un asset usato prima come inganno mediatico per i tifosi e poi ostacolo da rimuovere. Il tutto è nato dopo l’ultimo derby, quando Cassano ha avuto un’accesa discussione con Antonio Romei (braccio destro di Ferrero, seppur assente nell’organigramma della società).

La società forse sperava nella possibilità di liberarsi facilmente di un 34enne con velleità di campo, ma Cassano è cambiato. Anche personalmente. Una volta avrebbe combinato una delle sue e se ne sarebbe andato. Oggi no. Intendiamoci, fa sempre di testa sua, ma in questa vicenda si è comportato in maniera diversa dal solito.

Un comportamento intravisto già a Parma, quando ha optato per la rescissione del suo contratto con questa motivazione: «Ci sto rimettendo quattro milioni di stipendio, ma non sono i soldi il problema. Non lo sono per me: la cosa brutta è che ci sono persone che guadagnano molto meno e non prendono un euro da sette mesi».

Invece di accettare una delle tante proposte arrivate sul suo tavolo durante quest’estate – Palermo, Pescara, Cina, Emirati, persino un posto da dirigente in blucerchiato – Cassano è rimasto coscientemente a Genova, anche con la prospettiva di rimanere fuori squadra. Il nuovo allenatore Giampaolo ha dato il benestare alla sua uscita, ma FantAntonio non la pensa alla stessa maniera: sembra disposto a rimanere a Bogliasco anche solo per allenarsi (almeno secondo quanto riferito dalla moglie, una sorta di social media manager del 99).


Non più di qualche mese fa, a febbraio, Cassano la pensava così: «Se sto bene, gioco altri due anni. Se invece non fossi in condizione o non mi divertissi più, lascio perdere». In mezzo però c’è la Samp, l’unico club che forse ha realmente amato nella sua vita. E una voglia di vivere a modo suo che non va mai via, anche quando non gli conviene.

Vengono mente ancora quelle note: «Mi piace scivolare fuori / da ogni calcolo / per riportarmi in riga / servirà un miracolo». E i miracoli non sono fatti per i titoli di coda.

04 luglio 2016

Parto gemellare.

Una settimana: non ci è voluto molto di più per capire le reali intenzioni del club. No, non sto parlando della Samp, ma del Milan, che ha portato Vincenzo Montella sulla sponda rossonera di Milano. Al di là sulle considerazioni sull'addio dell'Aeroplanino e dell'arrivo al suo posto di Marco Giampaolo, stupisce la poca programmazione in casa Samp.

Vincenzo Montella, 42 anni, lascia la Samp dopo nove mesi.

Oddio, stupisce: personalmente no, ma capisco bene chi s'incazzi per il cambio del proprio allenatore al 28 giugno (deve rappresentare qualche sorta di record). In fondo, siamo al 4 luglio, che fretta volete che ci sia? Con gli Europei ancora in corso, la stagione inizierà ancora più tardi e giustamente in società si sono presi del tempo.
Partiamo da Vincenzo Montella, che ha lasciato il confuso progetto Samp per poi accasarsi in una gabbia di matti forse ancora più grande, quella targata Milan. Difficile esser contenti del suo operato: la colpa non è solamente sua, ma si è dimostrato uno psicologo molto scarso per una squadra fatta di menti fragili e friabili.
Al di là del rendimento tecnico (la squadra è stata stravolta in estate, quando lui non c'era), la cosa che ha colpito di più è la poca voglia con cui Montella si è legato a questo progetto. La lite con Osti nel post-derby è sembrata riguardare più la modalità con la quale Montella ha gestito la squadra più che i risultati della Samp.
E che dire della scelta successiva alla Samp? Finché si è parlato di nazionale, ci potevo stare. A maggio, la sua ombra oscurava quella di Ventura - forse anche spinto dal primo ministro Matteo Renzi, incapace di farsi i fatti suoi - e c'era tempo per rimediare. Ma esser mollati per QUESTO Milan il 28 di giugno no. NO.
Se l'Aeroplanino ha dimostrato la sua poca fedeltà blucerchiata (come quando tornò a Roma nel giugno 2008 per fare la riserva delle riserve, invece di chiudere alla Samp), che dire di Carlo Osti e Massimo Ferrero? Il d.s. è rimasto e di operazioni di mercato neanche l'ombra, mentre il presidente continua a fare la macchietta.
Vede amore dove non c'è n'è alcuna traccia, parla di progetti quando non c'è neanche una prospettiva basilare di ripartenza. Colpisce il modus operandi di questa vaghezza: se non c'è voglia di continuare e neanche la voglia di incassare qualcosa dalla clausola che legava Montella alla Samp, meglio lasciarlo andare prima.
E che dire dei sostituti? Saltato Pioli, ormai il post-Montella sarà certamente Marco Giampaolo, ma è il 4 luglio e non c'è l'ufficialità. IL 4 LUGLIO! Perdonatemi il caps lock, ma se uso il maiuscolo è perché non ho mai visto tanta approssimazione in una dirigenza. E dire che qualcuno ha detto che saremmo stati il nuovo Parma, invece i conti - per ora - sono ok.
La cosa più bella è l'assoluto silenzio che regna. L'ideale sarebbe lasciare vuoto lo stadio, giusto per dare un segnale. C'è che risponde come una mossa del genere danneggerebbe soltanto la squadra. Io personalmente ho un'altra valutazione da fare.
Come può una mossa del genere danneggiare una squadra che l'anno scorso ha visto una media-spettatori di quasi 22mila persone su uno stadio da 36mila posti e comunque ha ottenuto quei risultati? Parliamo della stessa squadra che si è salvata per un punto, che ha registrato alcune delle figure più incolori che la recente storia blucerchiata possa rimembrare?
Non è per dire, ma il periodo post-retrocessione ha visto più orgoglio e rispetto di questa bambagia assoluta. Se andare in B è stata una brutta botta nel 2011, comunque la società si mosse all'epoca. Certo, Bertani, Bentivoglio, Atzori, Piovaccari, la conferma di Maccarone furono mosse sbagliate, ma ci si mosse almeno. E si rimediò a gennaio, tanto da centrare un'incredibile risalita.
Com'è finita lo sappiamo, ma è incredibile vedere come la Samp non si stia muovendo in questo calciomercato. Si parla di nomi - Castan, Schick (che costa cinque milioni), etc. - ma non si muove nulla. Neanche in uscita, dove Soriano e la sua voglia di lasciare Genova sono ancora qui, mentre l'affare Fernando (con i suoi 13 milioni) sembra saltato.
Un peccato, perché è stato pagato otto milioni l'estate scorsa e dopo una stagione così così rivenderlo a quella cifra sarebbe stata una buona idea. Così come sarebbe stato un affare vendere Luis Muriel a 25 milioni allo Spartak nel novembre 2015; invece, in questi giorni girano foto della sua invidiabile forma in Colombia. Mi viene da piangere pensando al fu-erede-di-Ronaldo.
Quale potrà mai essere il futuro per la Samp? Quale può essere la prospettiva di una società che ha rifiutato Sarri nel giugno 2015 per seguire il progetto tecnico di Mihajlovic (palla lunga e pedalare: con modo, ma è quello) e ora si ritrova in mano un allenatore che ha continuato proprio il lavoro di Sarri a Empoli l'anno scorso, cercando di imporre il proprio gioco?
Mi viene il mal di testa solo a pensarci. Se avete una soluzione a questo ingarbugliato rompicapo, fatemelo sapere. Intanto abbiamo questo parto gemellare all'orizzonte: un figlio se n'è andato, un altro arriva. Giampaolo sarà l'UNDICESIMO (!) allenatore doriano negli ultimi sei anni: speriamo solo che non sia l'ennesimo Isacco da consegnare alla recente storia.

Marco Giampaolo, 48 anni, è il successore di Montella.

18 dicembre 2015

Arrivederci a giugno.

Quant'è difficile esser sampdoriani in quest'ultimo lustro. Molto, molto difficile. Sembra quasi che storicamente la Samp si stia trasformando in una di quelle piazze a cui piace complicarsi la vita. Lo si è visto ancora ieri, quando il Milan è passato per 2-0 al Ferraris negli ottavi di Coppa Italia. Un'occasione clamorosa che non tornerà più.

Vincenzo Montella, 41 anni, aspetta ancora la prima vittoria con la Samp.

Partita decisiva per le sorti di Mihajlovic, il Milan si presenta a Genova con molti titolari: 4-4-2 con Cerci e Bonaventura larghi, mentre Bacca-Niang è la coppia d'attacco. Dal canto suo, Montella opta per un 4-5-1, con Bonazzoli titolare dal primo minuto largo sulla fascia destra e Muriel di nuovo dal primo minuto nel ruolo di unico centravanti.
I primi venti minuti vedono la Samp padrona del campo, ma senza spunti che portino a conclusioni verso lo specchio avversario. Il Milan rimedia diversi ammoniti (ben tre nel primo tempo), ma anche alcune occasioni: Bonaventura impegna Viviano, Niang sfiora due volte il vantaggio. Solo dopo 10' di paura la Samp si riprende il campo.
I blucerchiati chiudono in crescendo la prima frazione: Fernando ci prova dalla distanza, Muriel e Carbonero costringono Abbiati a mettere due volte la palla in corner. Sembrano esserci dei buoni segnali. Si va al riposo convinti che la storia della Samp stia per girare. In realtà, il secondo tempo racconterà un'altra storia.
Al 50', il Milan va in vantaggio: ingenuità di Regini, che si spinge in avanti ma perde la palla con un dribbling di troppo. A quel punto ripartono gli ospiti, con Bacca che trova Niang in profondità: Viviano esce, ma non può impedire l'1-0 dei rossoneri. Per il francese è il terzo gol in qualche settimana contro la Samp.
I padroni di casa vorrebbero rimetterla in piedi, ma Muriel spreca un'ottima chance davanti ad Abbiati. In più ci si mette Zukanovic, espulso al 63' per proteste reiterate contro l'arbitro Celi: è vero che il fallo su Kucka è di dubbia sanzione, ma il bosniaco si avventa contro il direttore di gara e, non contento del giallo, lo insulta ancora. Rosso inevitabile.
La partita finisce sostanzialmente lì. Tanti i cambi, ma è il Milan a sfiorare il raddoppio in un'occasione con Bacca. Cassano ha l'ultima (e seconda) chance al 90', con un destro che sfiora il palo alla destra di Abbiati. Purtroppo non va dentro: anzi, qualche minuto più tardi è Bacca a raddoppiare servito da Honda. Finisce qui la Coppa Italia della Samp, durata appena una partita.

Emiliano Viviano, 30 anni, incassa l'1-0 di M'Baye Niang, 21.

Viviano 5.5; Cassani 5, Zukanovic 4.5, Moisander 6, Regini 5.5; Ivan 5.5, Fernando 6.5, Soriano 6; Bonazzoli 5 (dal 15' s.t. Christodoulopoulos 5), Carbonero 5 (dal 23' s.t. Mesbah 5.5), Muriel 6 (dal 31' s.t. Cassano 6) - già pubblicate su SampNews24

E siamo qui a piangere un'altra occasione persa, stavolta in Coppa Italia. Già, perché il Milan affronterà il Carpi (vincente nella sfida contro la Fiorentina): una di queste due squadre attenderà poi in semifinale la vincente di Spezia-Alessandria (che hanno rispettivamente eliminato Roma e Genoa). Una fetta di finale anticipata.
La Samp perde l'ennesima occasione storica: una caratteristica che sembra ormai contraddistinguerci sin dall'estate del 2010, quando la società buttò la chance di entrare in Champions affidandosi alla sorte nel preliminare contro una squadra più esperta come il Werder di allora. Per gli esempi più recenti, basta vedere la serata di Torino contro il Vojvodina.
Personalmente, invece, non capisco cosa si chieda di più a Mihajlovic. Il Milan è brutto da guardare, non stellare, ma ha gli stessi punti dell'anno scorso. Capisco che pesino i soldi spesi, ma una squadra così strutturata faticherà ad arrivare sesta in campionato. Una finale di Coppa Italia sembra un miracolo rispetto alle gestioni Seedorf e Inzaghi.
E la Samp? Ora c'è il Palermo, l'ultimo avversario di questo 2015 iniziato da terzi in classifica e finito da sedicesimi. Il futuro parla del mercato, di un anno di transizione, della speranza di concludere a cavallo tra la parte sinistra e quella destra della classifica. Una speranza che coltivavo anche a inizio anno, quando qualcuno sognava l'Europa (dove?).
Ho solo un desiderio. Lo rivolgo alla squadra e alla dirigenza (non a Montella, che deve avere il tempo di lavorare). Fate come volete: arrivate a 40 punti (la famosa quota salvezza) e poi smettete di illuderci, che è brutto. Arrivederci a giugno 2016.

Sinisa Mihajlovic, 46 anni, alla prima da ex al Ferraris.

13 aprile 2015

Rimpianti europei.

Si poteva chiudere un altro conto, ma la fortuna ha deciso che si dovrà soffrire un pochino di più. La Samp ottiene un punto dalla trasferta di San Siro: 1-1 contro un Milan spuntato e la risposta in rovesciata di De Jong al gol iniziale di Soriano. L'Europa rimane un sogno possibile, ma sono due punti che rimarranno sul groppone a fine stagione.

La contestazione (incessante) dei tifosi del Milan a San Siro.

La Samp cambia qualcosina per la gara contro il Milan: si mette da parte il 4-3-3 e si passa al 4-2-3-1, con il trio composto da Eder, Eto'o e Soriano dietro l'unica punta, Okaka. Dal canto suo, Inzaghi prosegue con la sua rincorsa impossibile all'Europa dopo il successo di Palermo. Il suo 4-3-3 vede Menez, Destro e Cerci davanti, mentre van Ginkel torna dal 1' accanto a De Jong e Bonaventura a centrocampo. L'atmosfera a San Siro è di contestazione: continua la protesta dei tifosi della Curva Sud e l'hashtag #saveacmilan ormai spopola anche in rete.
Il primo tempo è decisamente a marca rossonera, visto che la Samp decide di giocare di rimessa anche contro un avversario in difficoltà. L'unico a creare difficoltà alla difesa avversaria è Samuel Eto'o, che prova un paio di destri dai 25 metri: sul primo c'è Diego Lopez, il secondo è di poco a lato. Il Milan spesso passa dalle parti di Cerci, ma è van Ginkel il primo a rendersi pericoloso: due tiri - a breve distanza - impensieriscono Viviano.
Anche Destro ci prova su un paio di suggerimenti, ma non spaventa mai veramente il portiere avversario. L'occasione più grande della prima frazione ce l'ha proprio Cerci: su un rimpallo scaturito da un dribbling di Menez, il numero 22 rossonero va al tiro dal limite dell'area, sparando però altissimo da buona posizione.
Diversa la ripresa, dove il Milan inizia male il secondo tempo e la Samp ne approfitta subito. Prima Eder costringe alla paratona Diego Lopez da calcio piazzato, poi arriva il vantaggio al 57'. Eto'o lavora un bel pallone al limite dell'area e Soriano s'inserisce al momento giusto: il passaggio sotto le gambe di Mexes giunge al centrocampista, che da solo spara in porta per l'1-0. Mezza rete va al camerunense, dominante ieri a San Siro.
Da lì parte una girandola di sostituzioni, con il Milan fischiato e in controllo del gioco, ma quasi mai pericoloso. Palombo salva eroicamente al 69' su un pericoloso cross di Menez, ma la beffa è dietro l'angolo. Dopo aver salvato dieci secondi prima un gol sulla linea, Duncan devia con un ginocchio la rovesciata disperata di De Jong: Viviano spiazzato e pareggio rossonero al 74'. La Samp non si vede più dalle parti di Diego Lopez, mentre per poco non arriva pure la beffa targata Suso: gran mancino del numero 8 di casa all'81', ma fortunatamente il pallone finisce sul palo.

La festa dei giocatori blucerchiati dopo il vantaggio di Soriano.

Viviano 6.5; De Silvestri 6 (dal 42' s.t. Wszolek s.v.), Silvestre 7.5, Romagnoli 7.5, Mesbah 6; Palombo 6.5, Obiang 6; Eder 6, Soriano 6.5 (dal 19' s.t. Duncan 5.5), Eto'o 7.5; Okaka 6 (dal 27' s.t. Muriel 6) - già pubblicate su SampNews24

Con questo risultato, la Samp ha praticamente regalato quattro punti al Milan in due partite. Sia all'andata che ieri la sensazione è che i blucerchiati fossero la squadra migliore, mentre i rossoneri hanno giocato una sorta di anti-calcio offensivo: tanto possesso palla, ma senza l'inventiva di Menez non si va da nessuna parte. Lo stesso pareggio di De Jong è frutto di fortuna, così come il palo di Suso è merito dello spagnolo e della sua tecnica individuale. Se c'è una certezza, è che il Milan non sarà nella prossima Europa League (e forse neanche il club la vuole).
Nella corsa europea, la Samp tiene il passo della Fiorentina e rimane a un punto dal Napoli, vittorioso per 3-0 nella gara casalinga contro i viola. Brutta settimana per Montella, trovatosi dall'esaltazione per il 2-0 sulla squadra di Mihajlovic a eliminato dalla Coppa Italia e mazziato al San Paolo. La Samp dovrà affrontare il Napoli di Benitez il 26 aprile prossimo al San Paolo: sarà una gara di certo interessante, con gli azzurri ancora in corsa per l'Europa League. Il vantaggio dei blucerchiati è proprio questo: a differenza delle due rivali, non ci sono impegni continentali.
Ora c'è il Cesena dell'ex Di Carlo, che sembra condannato alla B nonostante l'impegno e che arriverà al Ferraris sabato alle 18. Bisogna stare attenti: l'andata ha dimostrato come anche la miglior Samp può riuscire a non vincere certe partite. L'1-1 del Manuzzi lasciò due punti per strada che hanno pesato sul proseguo dell'annata doriana; ora è tempo di prendersi una vittoria che porterebbe la squadra di Mihajlovic a un passo dall'obiettivo. Lo si deve fare per non avere rimpianti, gli stessi che ieri sera albergavano nella mente di molti tifosi.

Samuel Eto'o, 34 anni, ed Emiliano Viviano, 29, a fine gara.

10 novembre 2014

Quanti rimpianti.

Poteva andar meglio, ma se Mihajlovic si è detto soddisfatto a fine gara, forse va bene così. La Samp esce con un punto dalla sfida contro il Milan: un 2-2 finale che non rispecchia molto l'effettivo andamento della gara, con i rossoneri troppo timidi in zona offensiva e spesso sterili. Dal canto suo, la Samp avrebbe dovuto chiudere la gara sul 2-1 e invece si è fatta rimontare. L'ennesima prova di carattere dei blucerchiati, che vanno a quota 20 e si fanno scavalcare dal Napoli di Benitez.

Sinisa Mihajlovic, 45 anni, si è detto soddisfatto del pareggio.

La Samp è reduce dal 3-1 contro la Fiorentina: un successo che ha confermato i blucerchiati al terzo posto, mentre il Milan viene dalla sconfitta casalinga per 2-0 contro il Palermo. Due momenti diversi in una sfida che rimane interessante: la potenza offensiva dei rossoneri contro l'organizzazione del Doria. Inzaghi e Mihajlovic devono fare i conti con molte assenze: il primo ha problemi in difesa, tanto da piazzare Bonera terzino e rispolverare Mexes. Il secondo deve fare a meno di Palombo e Romagnoli, mentre Regini parte dalla panchina. Comunque, il serbo decide per il ritorno al classico 4-3-3.
Pronti, via e il Milan si ritrova in vantaggio: classica discesa di El Shaarawy sulla sinistra. De Silvestri si sposta sull'arrembante Bonera, Silvestre deve tenere sottocontrollo Menez e toccherebbe a Obiang accorciare sull'italo-egiziano. La chiusura arriva quando il numero 92 ha già scagliato il tiro a giro sul secondo palo: Romero non può nulla ed è 1-0 per gli ospiti. El Shaarawy torna al gol dopo 622 (!) giorni, tanto per confermare la capacità storica della Samp di resuscitare i morti. Tuttavia, la squadra di Mihajlovic non si scompone: sbaglia per un po', poi si rimette a posto e comincia a macinare gioco. Prima Eder costringe Diego Lopez in corner, poi Gabbiadini salta il portiere rossonero in uscita ma non riesce a concludere in porta. La Samp continua a premere, mentre il Milan si difende. Alla fine, il (meritato) pareggio arriva: palla in profondità per Gabbiadini, che mette un pallone in mezzo per Okaka. Il numero 9 blucerchiato sfiora in spaccata e batte Diego Lopez: 1-1 all'intervallo. Giusto così per le occasioni create.
Nella ripresa non c'è tempo di respirare che la Samp si è già portata in vantaggio: al 51', su corner di Gabbiadini, Obiang stacca bene e coglie il palo. Sulla respinta, Honda tiene tutti in gioco e per Eder è facile insaccare a porta vuota. È il momento cruciale della gara: i padroni di casa dovrebbero cercare il 3-1, che metterebbe fuori gioco un Milan fin lì molto sterile. Invece, la Samp arretra e passa dieci minuti di stasi, finché non arriva l'episodio del rigore per gli ospiti. Cross di Menez al 63' e Mesbah scivola - in diagonale difensiva - scivola al centro dell'area, andando a colpire il pallone con la mano. Molte proteste, ma a parti invertite bisognerebbe vedere cosa ognuno di noi avrebbe voluto... fatto sta che Menez s'incammina verso il dischetto e spiazza Romero per il 2-2. La partita lì s'inceppa tra ammonizioni e una girandola di sostituzioni. Il Milan ci prova solo con un gran destro di Bonaventura all'82': palo sfiorato, ma Romero controlla. Nel finale Soriano prova la fuga per la vittoria, ma il suo destro incrociato dal limite dell'area viene respinto dall'ottimo Diego Lopez. Finisce 2-2 con molti rimpianti per la Samp, che forse ha buttato altri due punti dopo quelli di Cagliari.

Jeremy Menez, 27 anni, e Stephan El Shaarawy, 22: entrambi in gol.

Romero 6 - Incolpevole sui due gol, presente nelle altre occasioni.
De Silvestri 5.5 - A differenza di Mesbah, fa più fatica con El Shaarawy e Menez. Corre molto, ma in fase offensiva si vede raramente. Rischia anche il rigore con una trattenuta su Torres.
Silvestre 6.5 - Una roccia, anche se deve abbandonare il campo con anticipo.
Gastaldello 6.5 - Diciamo che Menez in area non ci sta mai e Torres non è il più difficile dei clienti.
Mesbah 5.5 - Annulla Honda, ma pesa l'ingenuità del rigore. Sfortunato a scivolare, ma alzi la mano chi a parti invertite non avrebbe voluto il rigore...
Soriano 6.5 - Dinamicità è la parola d'ordine. Nel finale ha anche la palla del 3-2, ma Diego Lopez è attento.
Obiang 6 - Mi aspetto qualcosina in più. Specie contro De Jong e il fantasma di Essien. Anche perché è in una forma fisica strepitosa: si vede che i problemi della scorsa stagione sono alle spalle. Sul gol di El Shaarawy potrebbe accorciare sul milanista, ma arriva tardi.
Duncan 5.5 - Meglio nella ripresa, anche lui può fare di meglio.
Gabbiadini 6.5 - Molto ispirato in profondità. Sfrutta gli spazzi prima per cercare il gol, poi per trovare l'intesa con Okaka per l'1-1.
Okaka 6.5 - Seconda rete in campionato e solito mazzo clamoroso. Avrebbe un'altra occasione chiara da gol, ma Orsato ferma tutto inspiegabilmente dopo Mexes cade da solo.
Eder 7 - De Sciglio ha difficoltà a tenere il suo passo. Spostato sul povero Bonera, forse, avrebbe persino causato l'espulsione del rossonero in anticipo. Gol da rapace, il secondo in campionato.

Rizzo 5.5 - Il suo ingresso fa sperare in un cambio di passo, ma il ragazzo dal cuore blucerchiato non incide sulla gara.
Regini s.v. - Entra per far rifiatare un Silvestre che pare acciaccato.
Bergessio s.v. - Ammetto che questi ingressi a tre minuti dalla fine non li capisco.

A parte il folkloristico Inzaghi a fine gara («Meritavamo di vincere»: sicuro?), la Samp ha dimostrato che non ha nulla da invidiare alle squadre che lotteranno per una posizione in Europa League. Perché di certo il Milan non può puntare a qualcosa in più: i rossoneri hanno parecchi problemi in difesa e a centrocampo. E terzi non ci si può arrivare solo con l'attacco. Invece, per la Samp, ci sono i rimpianti: la posizioni di classifica è ottima e forse "mugugnare" sembra troppo, però questo è un gruppo tanto ottimo e unito quanto ingenuo. Dopo Cagliari, è arrivata un'altra buona prova, macchiata però da imprecisioni. Chissà quanto saranno rimpiante a fine campionato. Arrivederci a Cesena, quando tra due settimane la Samp sarà al Manuzzi per sfidare i bianconeri.

Stefano Okaka, 26 anni, festeggia il secondo gol in campionato.

24 febbraio 2014

Protagonisti inattesi.

Bastano due D per descrivere il Samp-Milan di ieri: Doveri e Da Costa. Forse è semplicistico, ma serve poco per raccontare quanto accaduto nel pomeriggio del Ferraris. La Samp doveva dare dei segnali di vita, ma in realtà esce dalla gara contro il Milan con le ossa rotte: altra sconfitta, altra partita senza gol segnati, in più l'espulsione di Maxi e la rabbia del pubblico per l'arbitraggio di Doveri. Un pomeriggio da dimenticare.

Sinisa Mihajlovic, 45 anni, s'incontra con il suo ex compagno di squadra, Clarence Seedorf, 37.

La Samp, dopo la batosta netta di Roma, si presenta con alcune defezioni al Ferraris: mancano De Silvestri e Gastaldello e la difesa è da re-inventare. Dovrebbe giocare Berardi e Fornasier, ma l'ex Brescia si fa male prima della gara e Mihajlovic deve ricominciare da capo. Così, dentro Costa a fare il terzino, Regini si sposta al centro a far coppia con Mustafi e Fornasier viene sacrificato sulla fascia destra. A sorpresa, dentro anche Wszolek dal 1' al posto di Soriano, con Eder unica punta. Il Milan, dal canto suo, vuole continuare il trend iniziato con la vittoria sul Bologna: niente Balotelli e De Sciglio, dentro Constant e Pazzini.
Pochi secondi e subito Taarabt impegna Da Costa dalla distanza, ma il tiro è centrale per il brasiliano. Poi è Pazzini a saltare il portiere Samp con un bel pallonetto, ma Mustafi salva sulla linea un gol certo. In compenso, l'errore è dietro l'angolo: sul cross di Rami, Fornasier raddoppia Mustafi e Gabbadini è in ritardo per la copertura di Taarabt. L'ex QPR colpisce di testa centralmente, ma Da Costa respinge sui piedi del marocchino, che non sbaglia una seconda volta: 1-0 già all'11'. La Samp, del resto, fa poco per impensierire la squadra di Seedorf: un sinistro flebile di Gabbiadini è il massimo della vita. Invece, gli ospiti ci provano con Honda, Pazzini e sopratutto Saponara, che sfiora di poco il 2-0 sul cross di un liberissimo Constant.
Purtroppo, il copione della ripresa non cambia, nonostante l'immediato cambio Wszolek-Soriano, che si suppone debba dare più fosforo ai padroni di casa. Invece, al 58' si chiude la gara: cross di Taarabt, Da Costa esce male e subisce anche una carica di Pazzini. Rami, tutto solo, non può che insaccare il 2-0 a porta vuota. Virtualmente, il match si chiude lì, così gli ospiti possono permettersi di gestire il vantaggio accumulato. Gabbiadini ci prova dalla distanza, così come Palombo, ma sembra tutto inutile. L'entrata di Maxi Lopez fornisce nuovo brio alla Samp e l'argentino procura una buona occasione per Eder; il numero 23 del Doria viene lanciato a rete, ma Amelia centra il pallone e poi il brasiliano, facendo svanire le possibili proteste per un eventuale rigore. Poco dopo, ecco la grande coerenza del direttore di gara: Muntari, al 60', manda a quel paese mezzo mondo e si becca il giallo; Seedorf, da vecchio volpone, sostituisce il ghanese immediatamente con Essien. Maxi Lopez, entrato da dieci minuti, ha la sfortuna di insistere con le proteste (ingenuo) e di trovare un arbitro più permaloso di una mina anti-uomo (cit. Luttazzi), il signor Doveri. Che lo caccia senza esitazioni, facendo imbufalire l'intero Ferraris. Da quel momento, il finale è solo l'attesa alla fine, con Eder che non riesce a dimezzare il passivo su un tiro-cross di Renan, complice una paratona di un Amelia in giornata di grazia. Si conclude con una vittoria meritata dei rossoneri, ma con qualche preoccupazione per il futuro blucerchiato.

Adil Rami, 28 anni, festeggia il 2-0 del Milan con il suo allenatore.

Da Costa 4.5; Fornasier 5, Mustafi 6.5, Regini 6, Costa 5; Palombo 5, Obiang 5 (dal 10' s.t. Maxi Lopez 5); Gabbiadini 6, Krsticic 5 (dal 36' s.t. Renan s.v.), Wszolek 5 (dal 1' s.t. Soriano 5.5); Eder 5.5  | già pubblicate su SampNews24

Ora si dovrà ripartire da due gare fondamentali: la prossima settimana si andrà a Torino, nella successiva si ospiterà il Livorno dell'ex Di Carlo. Inutile dire che ottenere quattro punti da questi due match sembra fondamentale per una duplice funzione: allontanare i cattivi pensieri, accumulati negli ultimi 15 giorni, e ripartire nella corsa salvezza. Non so se l'effetto-Sinisa sia già finito, ma qui il problema è un altro: fare quei dieci punti (credo che bastino) per ottenere il mantenimento della categoria. Anche quest'anno è stato deludente e grigio, ma per ora l'importante è chiudere il discorso salvezza il prima possibile.
C'è anche il problema Da Costa: il brasiliano non è mai stato completamente accettato dai tifosi come titolare della porta blucerchiata, ma la giornata di ieri potrebbe aver scritto la parola fine sulla residua fiducia rimasta nel tifoso medio della Samp. C'è chi invoca Fiorillo, chi spera in un ritorno di Storari (ancora?), ma il grido è unanime: via Da Costa. Io credo che, per questa stagione, le cose rimarranno così. Da Costa è un normale numero uno: in B fece miracoli, in A fa il suo e a volte incappa in errori. Per chi non è ben voluto e non produce miracoli, è un problema. Possibile che il brasiliano dica addio a Genova a giugno? Non è il problema principale ora. Ci sono stati protagonisti inattesi, ora ce ne vorrebbero altri per rigirare la barca. Perché la Samp ne ha dannatamente bisogno e non vorrei re-incappare in un altro periodo grigio.

Il duro contatto tra Eder, 27 anni, e Marco Amelia, 31: non sarà rigore.