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15 novembre 2016

Da ribelle a indiano.


«Ho sbagliato per sbagliare, non perché lo dite voi.
E non mi pento proprio, sono in riserva ormai
Io ci credo in quel che voglio, e forse voglio farmi male
E non mi riconosco in quello che conviene».


Se Antonio Cassano fosse una canzone, non ci sono liriche che potrebbero descrivere la sua vita calcistica meglio di queste. A 34 anni, la sua carriera sembra ai titoli di coda ed è triste dirlo, visto che chiunque l’abbia visto nel suo prime potrà certamente condividere un concetto: Antonio Cassano è stato uno dei più grandi talenti prodotti dall’Italia nel dopo-guerra.

Almeno dal punto di vista tecnico, è difficile trovare una possibile controindicazione a questa visione. Il problema di Cassano è risieduto altrove, nell’incrollabile immagine (e per molto tempo essenza) che l’ha inquadrato come l’esempio paradigmatico del concetto di “genio e sregolatezza”. Un topos narrativo che l’Italia ama molto: altrimenti non avremmo avuto i Beccalossi negli anni ’80 e non si spiegherebbe perché i primi due gol di Balotelli a Nizza abbiano qualche rilevanza.

Ma Cassano è stato diverso: in direzione ostinata e contraria, fedele solo a sé stesso. Tuttavia, anche quest’orientamento ha subito delle evoluzioni in 17 anni di carriera: perché Cassano è comunque cambiato. Magari non in campo (o almeno non così tanto), dove gli piace continuare a vederla a modo suo, con qualche rara eccezione.

Non siamo i soli a porci qualche domanda da sliding doors.

Cassano sembra esser cambiato fuori. Rimane un testardo ai limiti dell’autolesionismo, uno che avrebbe potuto avere un’altra parabola con la metà delle follie combinate in carriera: non si è mai piegato a nulla, se non a una città sul mare che non ha mai smesso di amare. Oggi, però, Cassano sembra un indiano solo nella sua riserva prescelta, un deviato coerente nella sua logica, anarchico a ogni costo, ma con i suoi riferimenti.

Sembra passata una vita dal 2008, quando uscì il suo libro, scritto a quattro mani con il giornalista Pierluigi Pardo: «Se quel Bari-Inter non ci fosse stato, sarei diventato un rapinatore o uno scippatore, comunque un delinquente. Molte persone che conosco sono state arruolate dai clan. Quella partita e il mio talento mi hanno portato via dalla prospettiva di una vita di merda. Ero povero, ma tengo a precisare che nella mia vita non ho mai lavorato anche perché non so fare nulla. A oggi mi sono fatto 17 anni da disgraziato e 9 da miliardario me ne mancano ancora 8, prima di pareggiare».

Visto che il conto sembra ormai in pari (temporalmente e soprattutto economicamente), abbiamo scelto dieci gol per raccontare uno dei talenti più cristallini e controversi dell’intera storia del nostro calcio.


1. Bari-Inter 2-1, 18 dicembre 1999 – Serie A 1999/2000

Due dettagli vengono alla mente pensando a quella sera. Il primo è quello di Caressa, che in telecronaca ci racconta che «abbiamo visto due grandi gol». Già, perché oltre alla nascita di Cassano, ci sarebbe anche quella di Michael "Hugo" Enyinnaya, compagno di primavera in quel di Bari e autore di un’altra rete-monstre. Poteva essere il primo di tanti successi, invece sarà la one-hit wonder del nigeriano.

Il secondo riguarda la vittima designata del Millennium Bug del calcio italiano. A pochi giorni dall’inizio del nuovo millennio, il giovane numero 18 del Bari segna il suo primo gol da professionista – e che gol! – alla sua squadra del cuore, allenata in quel momento dall’allenatore che meno l’ha apprezzato e che forse ha incarnato di più quei valori di regolarità da cui Cassano è sempre fuggito.


Si intravedono già alcuni colpi, soprattutto il marchio di fabbrica, quel controllo magnetico che sfida le leggi della fisica (lo si nota anche qui e qui). Sembra quasi che Cassano abbia capito meglio degli altri l’andazzo «Chi ben comincia è a metà dell’opera». In questo tipo di gol, il suo stop gli fa guadagnare un tempo sull’avversario, che è già in ritardo quando Cassano è pronto a eseguire il tiro.

Tuttavia, il suo talento grezzo è da svezzare e l’apporto realizzativo è ancora basso (sei gol in un anno e mezzo). Soprattutto il Bari è in una situazione complicata e Cassano vive situazioni contrapposte nello stesso club: da una parte il rapporto padre-figlio con Fascetti, dall’altra la poca intesa con la presidenza Matarrese.

Nella seconda stagione con i Galletti, le ultime partite neanche le gioca perché è già della Roma. Nelle ultime dieci, il Bari ne perde nove e scende in B: l’unico punto è nell’ultima presenza di Cassano col Bari. Per altro, quest’ambiguità di rapporto è perdurata anche negli ultimi anni: persino da svincolato, Cassano non è mai tornato a Bari, nonostante gli applausi per lui al San Nicola non siano mai mancati.

2. Roma-Hellas Verona 3-2, 13 gennaio 2002 – Serie A 2001/02

L’arrivo nella Capitale di Cassano è un terremoto a crescita graduale. Roma accoglie un ragazzo pieno di eccessi, che dovrà inserirsi nella rigida disciplina di Fabio Capello dopo un investimento pesante da parte dei Sensi (50 miliardi più metà del cartellino di Gaetano D’Agostino). Il suo primo anno a Roma è di apprendimento: i giallorossi hanno appena vinto il terzo scudetto con il 3-4-1-2 e ci sono alcune pedine insostituibili.

Nonostante lo aspetti il primo anno di decadimento, non si può panchinare Batistuta dopo il contributo per lo Scudetto dell’anno precedente. Non si può rinunciare nemmeno a Marco Delvecchio, fondamentale per duttilità tattica e capacità di sacrificio. Per non parlare di Francesco Totti, che ormai è conosciuto anche a livello internazionale (5° nella classifica del Pallone d’Oro 2001: miglior risultato personale di sempre).

Così Cassano funge da dodicesimo uomo insieme a un gruppo ristretto di giocatori da alternare ai titolarissimi (Montella, Marcos Assunção, Lima) e si guadagna spazio lungo il corso della stagione. Continua a segnare poco, ma è normale: non è facile mettersi in mostra quando su 30 partite giocate, 23 sono da subentrante.


Il tutto nonostante Cassano inizi a diffondere la sua fama non propriamente benefica (per lui o per gli altri): litigi, comportamenti poco professionali o non conformi all’ambiente, azioni fuori dalle righe. Tutto si comprime in un’unica parola menzionata da Capello, che ha avuto persino il riconoscimento della Treccani: “cassanata s. f. (scherz. iron.) Gesto, comportamento, trovata, tipici del calciatore Antonio Cassano”.

Quando le tue azioni diventano un neologismo, in ogni caso, puoi dire di aver lasciato un segno. C’è anche un gradiente di queste cassanate da 1 a 10: il grado minimo è lasciare il cellulare acceso a tavola nonostante Capello ti abbia detto di non farlo. Un buon 8 sono le corna all’arbitro Rosetti nella finale di Coppa Italia un anno più tardi. Per il 10 – inteso come massima unione di autolesionismo e conseguenze dannose – ci sarà tempo.

3. Roma-Juventus, 1 dicembre 2002 – Serie A 2002/03

Quell’anno deve esser stato utile anche per sviluppare e coltivare la miglior partnership vista nel calcio italiano degli ultimi anni. Totti e Cassano non potrebbero esser più diversi dal punto di vista caratteriale, ma nessuno dei due ha mai negato di essersi divertito con l’altro sul campo. E l’apice di questo codice segreto tra i due, ma visibile a tutti, è il gol alla Juve in una fredda serata del 2002.


Non è calcio, ma telecinesi: è vero che Totti è sempre stato in grado di giocare con un tempo d’anticipo rispetto ai suoi avversari, ma è anche vero che Cassano è stato in grado di parlare la sua stessa lingua, nonostante doti diverse dal punto di vista fisico e tattico.

In diversi momenti della sua carriera, Cassano ha ribadito sempre come Totti sia stato il partner migliore. Il desiderio di giocarci insieme una volta arrivato a Roma, la stima tecnica e umana (Cassano ha vissuto da Totti per un periodo), poi un litigio dovuto alla mancanza di rispetto del giovane barese e infine una sorta di indifferenza perenne, nonostante la guasconeria di Cassano a ogni incontro tra i due.

I percorsi tecnici dei due si intersecano al momento giusto: Totti segna 55 gol tra il 2002 e il 2005, germogliando dentro di sé quelle doti da prima punta letale che poi Spalletti sfrutterà spostandolo nella posizione di falso nueve. Cassano, al contrario, è ancora mobile lungo tutto l’arco del campo: non si piazza ancora sul vertice alto a sinistra dell’area di rigore.

Capaci di giocare simultaneamente da prima e seconda punta, i due diventano una coppia esplosiva. E il gol alla Juve lo dimostra in pieno. Il 2002-03 è una stagione tremenda per la Roma (intrappolata tra equivoci tecnici e risultati altalenanti), ma per Cassano è il trampolino per responsabilità più importanti.

4. Polonia-Italia 3-1, 12 novembre 2003 – Amichevole a Varsavia

A 34 anni e dopo il suo primo Mondiale, possiamo dire che Cassano ha chiuso con la nazionale. Un rapporto mai facile, spesso pieno di ombre e contrasti che non l’hanno portato lontano. Ancora una volta, il rapporto con i rispettivi allenatori è stato fondamentale.

Cassano è in età da U-21 quando esordisce in nazionale maggiore, ma con Gentile le cose non vanno bene. E allora Trapattoni lo chiama per un’amichevole in Polonia: l’Italia perde 3-1, ma l’attaccante della Roma segna il suo primo gol all’esordio assoluto in nazionale. Ed è una gemma esemplificativa del suo repertorio.


Prima e soprattutto dopo quella rete, tanti atteggiamenti e qualche ostracismo hanno impedito a Cassano di fiorire in nazionale, nonostante a un certo punto il bacino di talento si sia incredibilmente ristretto. Del suo bilancio in azzurro (39 presenze e dieci gol), rimane il contributo importante in tre diversi Europei in cui ha avuto altrettanti allenatori (Trapattoni, Donadoni e Prandelli).

Ciò nonostante, il rimpianto Mondiale è rimasto fino al 2014, quando Cassano si è conquistato la convocazione alla sua prima Coppa del Mondo grazie alle magie con il Parma. Forse è stato anche poco sopportato dai suoi compagni di squadra, memori del passato e di alcune uscite mediatiche poco felici.

Nonostante tutte le smentite di rito, Cassano si è probabilmente sentito più malvoluto che amato dal suo paese. Troppo unico per essere capito, troppo bizzarro per esser compreso fino in fondo, troppo bizzoso per esser assecondato a certi livelli. Quel livello nel quale l’attitudine da “soldatino” – da lui tanto rigettata – sarebbe servita.


5. Roma-Juventus 4-0, 8 febbraio 2004 – Serie A 2003/04

Qualche mese più tardi, lo stesso avversario della stagione precedente certifica l’upgrade definitivo di Cassano da promessa a stella. O almeno così sembra. Non c’è dubbio che sia così dal punto di vista tecnico: lo si vede nella cavalcata della Roma fino alla fine del girone d’andata, quando la squadra di Capello domina il campionato prima di perdere lo scontro diretto con il Milan e deragliare per il resto della stagione.

In quella gara Cassano fa quel che vuole. L’intesa con Totti è ai massimi livelli nel 4-4-2 di Capello; lui è cresciuto ancora tecnicamente e fisicamente e la Juve nonostante Lippi non è in grado di tenere il passo delle due duellanti per il titolo. Cassano chiude la gara con un bilancio di un rigore guadagnato e una doppietta.

A colpire, però, è il gol del 4-0. Sembra una rete facilissima – smarcato, solo, con Buffon a rincorrerlo in porta – ma in realtà evidenzia un’altra dote di Cassano: il colpo di testa.


Un punto di forza che l’attaccante ha mostrato in diverse fasi della sua carriera, visto che Cassano ha segnato tanti gol di testa (anche a Madrid, a Genova e a Milano). E non è proprio facile colpire il pallone con quel poco angolo di torsione della testa, stando praticamente fermi sul cross di Mancini. Ci vuole talento anche per questo.


Poi Cassano ci dà la dimostrazione visiva di come “io sono più forte, ve lo faccio vedere e me ne frego”: il 18 giallorosso rompe la bandierina, si prende un giallo gratuito e ha una breve discussione con Collina. Ma soprattutto il 2003-04 è la miglior stagione in A di Cassano dal punto di vista realizzativo (14 gol).

6. Levante-Real Madrid 1-4, 10 settembre 2006 – La Liga 2006/07

Dopo aver messo la firma sul gol più importante di un travagliato 2004/05 (quello che ha salvato la Roma a Bergamo da guai peggiori), Cassano sente la necessità di andar via. La sente anche la società, incapace di gestirlo da quando Capello è andato via. Al suo posto si sono succeduti Rudi Völler, Delneri, Bruno Conti e Spalletti, ma nessuno è riuscito a contenere il suo profilo sempre più ingombrante.

L’accordo con la Roma scade nel giugno del 2006 e la società non vuol offrire una cifra più alta rispetto ai 3,2 milioni già pattuiti. In più, la società decide di togliere a Cassano i gradi di vice-capitano: una scelta che lo fa infuriare e che cancella qualunque possibilità di rinnovo, nonostante nel settembre del 2005 ci fosse stato qualche segnale di speranza.

Così arriva il Real Madrid, che lo acquista per appena cinque milioni di euro. Ci sarebbero Inter e Juventus, ma come ha detto Cassano in un’intervista ad AS qualche mese fa: «Con tutti quei campioni, come potevo dire di no? La verità è che a Madrid si possono seguire due vie: si può stare con la famiglia ed esser professionali, ma se sei single non puoi essere concentrato. Con un contratto di cinque anni alle spalle, sono stato uno stupido».


Forse aveva conquistato il Real già nelle occasioni precedenti in cui la Roma ha affrontato i Blancos in Champions (ben sei nel giro di quattro anni), come quando Cassano segna al Bernabeu portando la Roma momentaneamente sul 2-0. E l’avventura inizia anche bene: gol al Betis in coppa dopo esser entrato da tre minuti, altra rete nel derby di Madrid. Però l’allenatore Juan Ramón López Caro vorrebbe vederlo in una condizione migliore, non quella parodiata da Carlos Latre, comico spagnolo.

Lo chiamano El Gordito (“Il grassottello”, per distanziarlo da Ronaldo, anch’egli in condizioni non eccellenti), ma l’arrivo di Capello nell’estate del 2006 sembra essere una benedizione. Nonostante gli arrivi di van Nistelrooy e del giovane Higuain, Cassano trova spazio all’inizio, segnando anche un gol contro il Levante.


A fine ottobre, il Real lo mette fuori rosa: qualcuno pensa per l’imitazione di Capello da parte dell’attaccante, ma in realtà Cassano ha confessato come 45’ di riscaldamento a Jerez lo abbiano portato al litigio con Capello («Ma aveva ragione lui»). Don Fabio vincerà la Liga e Cassano decide di lasciare Madrid. Vuole tornare sul mare e c’è qualcuno che lo aspetta.

7. Palermo-Samp 0-2, 11 maggio 2008 – Serie A 2007/08

La stagione 2007-08 di Antonio Cassano è la migliore della sua intera carriera per topos narrativo (quella della rinascita: le opere prime sono solitamente le migliori…) e il combinato di gol e assist (9+6, ma se analizzassimo i passaggi chiave e i dribbling riusciti qualunque contenitore statistico impazzirebbe). Un’annata notevole non tanto nelle cifre, bensì pensando a dove Cassano era rimasto appena un anno prima.

La punizione messa nel sette al Barbera – manco fossimo in modalità allenamento-sfida a Pro Evolution Soccer – mette in evidenza un altro fondamentale straordinario nel bagaglio tecnico di Cassano. Mi sono sempre chiesto perché al massimo del suo prime i creatori di videogiochi non gli avessero dato un buon 95 nella precisione del tiro.

Più che la precisione, ha sempre stupito la sua capacità di controllare la potenza da dosare nel pallone. Cassano è capace di piazzare col piatto con fare da giocatore pro di biliardo o sparare una bomba da 25-30 metri. Ha sempre preferito la prima perché è l’esecuzione che più confà il suo gioco, ma entrambe le strade sono sempre state percorribili.


Alla Samp ha trovato il suo eden: il 2008-09 è la certificazione definitiva. 15 gol e 17 assist in una stagione che per il Doria sarà più di rimpianti che di gioie. Le intemperanze non mancano come al solito, ma a Genova le maglie sono più larghe: si è capito che con Cassano si può andare lontano.

8. Samp-Palermo 1-1, 6 gennaio 2010 – Serie A 2009/10

La Lanterna è una purificazione: l’ambiente di Genova – che ha qualcosa della sua Bari, oltre al mare – mette Cassano al riparo da molte distrazioni. Certo, «si può togliere il ragazzo dal ghetto, ma non il ghetto dal ragazzo» e quindi non tutto fila tranquillo. Ma Cassano ha piena libertà da Mazzarri di stazionare sull’area centro-sinistra del campo: da lì arrivano tanti assist e diversi gol, con due stagioni consecutive in doppia cifra in A (10+12): mai successo prima e dopo la parentesi genovese.

L’incontro con Gigi Delneri – in arrivo al Doria dopo un ottimo biennio a Bergamo – ha un che di particolare. Per due motivi: a) Delneri ha già incrociato Cassano e ha fallito nel gestirlo a Roma; b) Delneri in un anno riesce a entrare in una categoria a parte degli allenatori avuti da Cassano: quelli che hanno cambiato la considerazione che il barese aveva di loro. E non solo a livello caratteriale.

Quando arriva nell’estate 2009, Delneri deve adattare il suo 4-4-2 alla coppia d’attacco Cassano-Pazzini. A un certo punto, però, qualcosa s’inclina: Cassano finisce fuori dai titolari per scelta tecnica (sebbene si pensi a un litigio) e la sua cessione alla Fiorentina sembra cosa fatta, ma tutto salta all’ultimo. La Samp naviga bene senza Cassano e quando il 99 rientra, lui suggella una gara contro la Juve con un gol da 40 metri.

Il campionato si concluderà con la qualificazione al preliminare di Champions League e Cassano farà ammenda tecnica per la prima volta in vita sua: «Il mister ha fatto le sue scelte e io le ho accettate a malincuore: quando sono rientrato ho dimostrato di poter fare la differenza. All'inizio ero scettico (sulla nuova posizione, più vicina alla porta, ndr), ma poi ci siamo capiti: abbiamo fatto qualcosa di stratosferico».

Nel pieno della sua maturità calcistica, al 28enne Cassano riesce praticamente tutto. Il simbolo di questa completa e assoluta consapevolezza del suo talento è un gol che probabilmente pochi ricorderanno: una rete al Palermo in uno scialbo 1-1.


Se Cassano ha ormai massimizzato il controllo degli spazi (con alcuni passaggi filtranti da “Assist 101”), qui c’è tutto il talento di Cassano nell’utilizzare al massimo le sue risorse. Su di lui c’è il giovane Kjær, a cui rende 15 centimetri. Ma il 99 blucerchiato si avvicina quasi casualmente, sceglie la posizione giusta e usa quella forza nascosta che ha nella parte bassa del corpo (baricentro e delle gambe granitiche) per difendere la sua porzione di campo.

Il danese tenta un salto scomposto, ormai in posizione di debolezza, e cerca un fallo per un contatto troppo veniale. Nonostante Kjær, Cassano è riuscito a stoppare la palla in maniera sufficientemente adeguata: viste le condizioni del contatto, direi ottime. Punta la porta: vorrebbe la soluzione Pazzini, ma Bovo chiude qualunque spazio e allora attende che Sirigu vada giù. Quando vede che anche quest’opzione è preclusa, va con il colpo da biliardo già accennato in precedenza.

Finalmente Cassano ha tutto quello che vuole: un ambiente che lo idolatra in maniera assoluta, un gruppo che lo sostiene, un contesto che lo valorizza al massimo anche dal punto di vista tecnico. O almeno così sembra, fino a una mattina di fine ottobre dove il grado 10 delle “cassanate” viene raggiunto per danni e protagonisti.

9. Fiorentina-Inter 4-1, febbraio 2013 – Serie A 2012/13

Tutto crolla dopo una trasferta a Milano: la Samp ha strappato un punto contro l’Inter di Benitez e ritorna a Bogliasco per allenarsi. Cassano dovrebbe ritirare un premio a Sestri Levante, ma non vuole: scende in campo personalmente il presidente Riccardo Garrone, ma la situazione degenera tra i due e Cassano gli urla di tutto.

Il patron blucerchiato, in un moto di dignità e con un filo di scelleratezza economica (la Samp pagherà di tasca sua per mandarlo via), chiude a Cassano le porte della prima squadra e chiude all’arbitrato un’avventura di tre anni e mezzo. Quando si tratta di svincolati, il Galliani degli anni 2010 non perde tempo e si butta sul barese. Del resto, il Milan è in corsa per lo Scudetto e un rinforzo del genere fa comodo.

Da lì la carriera di Cassano è un roallercoaster emozionale, voluto dal giocatore per disfarsi continuamente dei fantasmi passati in vista di lidi più felici, salvo scoprire che tanto idilliaci non sono. Milano è il set di una sceneggiatura che inizia con un proclama tanto esagerato quanto destinato a rivelarsi falso: «Sono sicuro che qui sarà la mia ultima tappa: sopra il Milan c’è il cielo. È l’ultima occasione: se sbaglio, sono da manicomio».


Le cose procedono bene per un anno: Allegri gestisce Cassano, lo alterna con Pato, Robinho e Ibrahimovic. Lo stesso svedese si scomoda in qualche carezza mediatica: «Tevez? Mi manca Cassano, non Tevez. Con lui diventa tutto più facile: gioca da seconda punta e riesce a darti il pallone da posizione impossibile». La partenza col botto del 2011-12 (sette assist e tre gol) viene bloccata però da un problema al cuore.

Ci vogliono un’operazione e sei mesi di recupero per tornare in campo, giusto in tempo per conquistarsi la “10” dell’Italia a Euro 2012, dove Cassano forma un coppia bella e maledetta con Balotelli. Ma qualcosa in casa Milan non va: a sorpresa arriva uno scambio tutto milanese, con Pazzini in rossonero e Cassano all’Inter. A posteriori, una trattativa che non ha giovato a nessuno.

Altra presentazione, altro round di scuse (oltre al solito cielo): «Ho detto che se sbagliavo, sarei stato da manicomio, ma non ho sbagliato io… non c’entrano giocatori o allenatori, ma qualcuno più in alto. Non voglio dire neanche il nome (Galliani, ndr): devo ringraziare i tifosi e l’ambiente, ma lui no». Con il contratto in scadenza nel giugno 2014, il barese avrebbe voluto un rinnovo mai arrivato.

I primi tre mesi dell’Inter 2012-13 sono da sogno: la squadra vola, mostra un calcio divertente (più grazie ai suoi fuoriclasse che per una vera struttura di gioco) e si toglie lo sfizio di violare lo Juventus Stadium per 3-1. Lì c’è l’apice di Stramaccioni all’Inter, con il sogno che perde vigore nel girone di ritorno: un disastro da 19 punti in altrettante partite, che valgono il nono posto finale.

Il rapporto tra tecnico e Cassano – inizialmente ottimo, come dimostra una parodia dello stesso allenatore – si rovina verso marzo, complice un diverbio quasi finito alle mani. Il tentativo di ridimensionare quanto uscito dallo spogliatoio di Appiano Gentile è forse peggiore anche della lite in sé, ma l’unica notizia buona per Cassano è che non ha (ancora) perso il meglio del suo repertorio.


Prendiamo questo gol contro la Fiorentina: dicevamo sopra del Cassano da biliardo, ma qui l’attaccante tira fuori una discreta legnata dalla distanza in una partita ormai chiusa, ma utile per ricordarci come le possibilità di Cassano siano più di quelle che sembrano ormai conosciute.

Nonostante i ponti rasi al suolo a Milano e un’operazione al cuore, il 99 ha comunque collezionato un’altra annata da 15 assist in tutte le competizioni: è il segnale che l’attaccante può ancora esser utile, se saprà tenere a bada certi comportamenti e sarà inserito in un contesto a lui congeniale. E la chance arriva.

10. Chievo-Parma, 21 settembre 2014 – Serie A 2014/15

L’ultimo Cassano di alto livello si è visto in gialloblu. Stanco della Milano che non lo capisce (e forse le due società meneghine lo erano altrettanto di lui), Cassano fugge nella tranquilla Parma. Una piazza che per molti tratti – tra cui storia e ambiente – si può associare alla Samp, nonché per un gemellaggio che dura da molti anni.

Saranno solo delle coincidenze, ma Cassano torna quello visto a Genova. I suoi movimenti sono cambiati e avere 31 anni non è come averne 25, ma al Tardini incanta. Cambia anche un filo il suo modo di giocare, con FantAntonio più vicino alla porta e meno sul centro-sinistra: forse Cassano ha compreso che non ha più la stessa resistenza atletica di un tempo e deve adattarsi.

Il 2013-14 è un anno magico: il Parma finisce in Europa League (salvo poi vedersela revocare per la mancata licenza), Cassano segna 12 gol (di cui tre al Milan) e si guadagna il primo Mondiale della sua vita. Molto è dovuto anche al legame con Donadoni, uno degli allenatori che ha saputo gestire meglio il talento di Bari Vecchia.

La “zona Cassano” c’è sempre.

Dopo l’estate, tutto è cambiato. Le ultime due annate di Cassano sono state grigie, quasi incolori: i primi gol con il Parma, la decisione di lasciare il capoluogo emiliano di fronte alla confusione societaria, i sei mesi di stop, la voglia di tornare nella Genova blucerchiata prima stoppata e poi accettata. In realtà, il ritorno alla Samp è una manovra di Ferrero per recuperare credito dopo una precoce eliminazione in Europa League.

I contrasti con Zenga non hanno giovato: in fondo, l’Uomo Ragno non ha mai veramente voluto Cassano. Con Montella c’è stato qualche guizzo, ma si è visto come l’inattività forzata avesse condizionato la forma del 99, incapace degli scatti e delle accelerazioni di Parma. E così siamo arrivati all’epilogo finale, forse il più triste.


Titoli di coda

A oggi, Antonio Cassano è un giocatore della Samp solo pro-forma. La società ha fatto rimuovere la sua foto dal sito ufficiale e Ferrero sperava di potersi liberare di un asset usato prima come inganno mediatico per i tifosi e poi ostacolo da rimuovere. Il tutto è nato dopo l’ultimo derby, quando Cassano ha avuto un’accesa discussione con Antonio Romei (braccio destro di Ferrero, seppur assente nell’organigramma della società).

La società forse sperava nella possibilità di liberarsi facilmente di un 34enne con velleità di campo, ma Cassano è cambiato. Anche personalmente. Una volta avrebbe combinato una delle sue e se ne sarebbe andato. Oggi no. Intendiamoci, fa sempre di testa sua, ma in questa vicenda si è comportato in maniera diversa dal solito.

Un comportamento intravisto già a Parma, quando ha optato per la rescissione del suo contratto con questa motivazione: «Ci sto rimettendo quattro milioni di stipendio, ma non sono i soldi il problema. Non lo sono per me: la cosa brutta è che ci sono persone che guadagnano molto meno e non prendono un euro da sette mesi».

Invece di accettare una delle tante proposte arrivate sul suo tavolo durante quest’estate – Palermo, Pescara, Cina, Emirati, persino un posto da dirigente in blucerchiato – Cassano è rimasto coscientemente a Genova, anche con la prospettiva di rimanere fuori squadra. Il nuovo allenatore Giampaolo ha dato il benestare alla sua uscita, ma FantAntonio non la pensa alla stessa maniera: sembra disposto a rimanere a Bogliasco anche solo per allenarsi (almeno secondo quanto riferito dalla moglie, una sorta di social media manager del 99).


Non più di qualche mese fa, a febbraio, Cassano la pensava così: «Se sto bene, gioco altri due anni. Se invece non fossi in condizione o non mi divertissi più, lascio perdere». In mezzo però c’è la Samp, l’unico club che forse ha realmente amato nella sua vita. E una voglia di vivere a modo suo che non va mai via, anche quando non gli conviene.

Vengono mente ancora quelle note: «Mi piace scivolare fuori / da ogni calcolo / per riportarmi in riga / servirà un miracolo». E i miracoli non sono fatti per i titoli di coda.

01 settembre 2016

Il bilancio prima di tutto.

L'estate dei 70 anni della società, dell'arrivo di Giampaolo, dell'addio di Montella, del rilancio di alcuni ragazzi in squadra. Non è stata la più facile degli ultimi anni, ma finito il calciomercato, sembra che si possa tirare un sospiro di sollievo in casa Samp. La finestra estiva ha regalato più di un sorriso a Corte Lambruschini.

Karol Linetty e Lucas Torreira, due che faranno strada.

MOVIMENTI IN ENTRATA - Voto 7
Fino a inizio agosto, c'era un po' di preoccupazione per i pochi movimenti della Samp. Poi un'ondata hipster ci ha travolto e la società blucerchiata ha tirato fuori (quasi) tutti i colpi che servivano per completare la squadra agli ordini di Marco Giampaolo. Tra di loro, potrebbe esserci qualche immediata plusvalenza per l'estate 2017.
Tutto è iniziato con alcuni riscatti obbligati: definitivi Viviano dal Palermo (2,3 milioni), Quagliarella (2,7 milioni) e Sala dall'Hellas (5 milioni), più i ritorni per fine prestito di Regini, Eramo, Torreira e Tozzo. La Samp ha mosso i primi passi con gli acquisti con alcuni colpi riguardanti giovani, che sono stati però immediatamente inseriti tra i titolari.
Karol Linetty ha giocato poco all'Europeo, ma il polacco è stato pagato una discreta cifra dal Lech Poznan (3 milioni): per ora sta ripagando le attese. A lui si sono aggiunti Ante Budimir, ariete del Crotone salito in A (1,5 milioni), e Patrik Schick, anche lui all'Europeo con la Repubblica Ceca, ma militante nel Bohemians durante l'ultima stagione (4 milioni).
Il problema è che non stava arrivando molto altro dal mercato. Sembrava quasi che la Samp sperasse semplicemente nel recupero di quei giocatori che già aveva (Alvarez, Muriel, etc.), senza fare qualcosa di più. Fortunatamente dopo qualche amichevole poco incoraggiante (vedi la sconfitta per 2-0 contro la Feralpi Salò), la società si è mossa, spendendo il tesoretto delle uscite.
Dentro Daniel Pavlovic, svincolato dal Frosinone, i prestiti di Đuričić e Carbonero, più altri acquisti: Dodô è tornato dall'Inter, mentre gli arrivi di Bruno Fernandes dall'Udinese e Dennis Praet dall'Anderlecht (10 milioni: bella cifra) han fatto piacere a Giampaolo, in grado così di avere un centrocampo più numeroso.
Il problema è che ci sono alcune cose che non mi tornano. La squadra esce rivoluzionata dopo un mercato in entrata da 34 milioni di euro, pur mantenendo un potenziale che le permetta di salvarsi senza patemi. Qualche domanda sorge però in vista della prossima estate.
Vale la pena aver preso Bruno Fernandes con un riscatto fissato a sei milioni? Il portoghese finora non ha dimostrato di valere quest'eventuale riscatto. Peggio ancora andiamo con Dodô, un incubo nei sei mesi in cui è stato a Genova e finito per valere un obbligo di riscatto da CINQUE MILIONI DI EURO. Chissà che favore la Samp doveva all'Inter...
La paura più grande passa però dai centrali difensivi. La Samp si è presentata con i soli Silvestre e Skriniar all'inizio della stagione. A loro si è aggiunto Regini, nominato vice-capitano dopo la partenza di altri giocatori e persino titolare allo stato attuale. Non è che l'arrivo di Kranjc risolva i problemi: sicuri che non servisse qualcosa in più?

I motivi per cui Dennis Praet è attesissimo a Genova.

MOVIMENTI IN USCITA - Voto 9
Se c'è una lode pronta per la gestione Ferrero di quest'estate, è che si sono ben sfruttate le uscite dal punto di vista economico. Un piano preciso quello del patron blucerchiato: s'intasca il più possibile da cessioni vantaggiose, in modo da auto-finanziarsi il mercato in entrata e pensare a una cessione della società, che secondo me prima o poi arriverà, chiudendo l'era Ferrero.
I primi addii sono stati quelli di maggio e giugno: diversi prestiti non sono stati confermati - Ranocchia, Brignoli, Christodoulopoulos e Rodriguez - mentre Cassani e Diakitè han salutato Genova alla scadenza naturale del loro contratto. A queste si è unita la rescissione di Nenad Krsticic, con il serbo che si è poi accasato al Deportivo Alaves in Liga.
Le prime uscite han riguardato pezzi eccellenti di questa squadra: Joaquin Correa si è trasferito al Siviglia di Sampaoli per 13 milioni di euro, mentre Fernando - dopo diversi ripensamenti - ha accettato l'offerta dello Spartak Mosca da 12,5 milioni. In più, l'oggetto misterioso Niklas Moisander ha lasciato Genova per Brema: operazione da 1,8 milioni.
Tra le operazioni minori, c'è da segnalare l'addio definitivo di Cacciatore, Campaña (mah!) e Sansone. Una sinergia criminale con il Latina di Pietro Leonardi, l'uomo che ha fatto fallire il Parma. E i prestiti di tanti giovani, tra cui Ivan, Bonazzoli, Ponce e Palumbo.
Le ultime cessioni han visto partire due colonne dell'ultimo quadriennio: prima Roberto Soriano ha salutato la Samp per 14 milioni di euro, direzione Villarreal; poi è toccato a Lorenzo De Silvestri trasferirsi al Torino per 3,5 milioni. Due buone uscite, visto che il primo si è dimostrato demotivato nel finale dello scorso campionato e il secondo aveva già due rimpiazzi validi.
Unite ai riscatti di Zukanovic, Rizzo, Duncan e Coda da parte di altri club, la Samp ha incassato la bellezza di 60 milioni di euro nell'estate 2016. Il "9" finale è un buon voto. Non è la perfezione perché rimangono tre problemi: la matassa Cassano, la partenza frettolosa di Wszołek (di cui forse ci mangeremo le mani) e qualche situazione che forse andava gestita diversamente (Eramo, Tozzo).

Soriano, Correa, Fernando e Cassani: tutti hanno lasciato la Samp.

25 giugno 2016

Tempi bui.

No, tranquilli: non è morto nessuno. Anche se la puzza di cadavere si sente da diverso tempo. Durante quest'estate, sono tutti concentrati sulle competizioni internazionali. Quale migliore distrazione per evitare che si parli di Samp? Anche perché, a guardar bene, non ci sarebbe nulla di cui effettivamente parlare.

Il quadriumvirato a colloquio: non saranno tempi facili.

Nonostante una stagione tragicomica, chiusa con una salvezza appena accennata e con un harakiri da 10 gol subiti nelle ultime tre giornate di campionato, la Samp ha il dovere di ricominciare con altro piglio. Invece, l'impressione che si ha è quella di una società che si prepara a sopravvivere per l'ennesimo anno, magari sperando in un miracolo tecnico dovuto a chissà quali fattori.
A realizzare quel miracolo dovrebbe esser Vincenzo Montella, un altro che ha dimostrato come rimanere non fosse la prima opzione. Si è parlato di Milan, ma le vicissitudini societarie hanno rimandato il tutto. Si è parlato di nazionale, ma Tavecchio aveva già scelto Ventura per la successione a Conte. E quindi? Quindi si rimane a Genova, seppur con tutte le difficoltà del caso.
Il tutto nonostante i rapporti con il d.s. Carlo Osti siano ai minimi storici. Potete raccontarci tutte le cene riparatrici che volete, ma gli sfoghi post-derby hanno parlato chiaro: dirigenza e tecnico sono due cani che si abbaiano contro e Ferrero non ha ancora tirato loro una secchiata d'acqua per separarli definitivamente.
Non solo: Montella è stato confermato, ma anche Osti è rimasto al suo posto. E io che ingenuamente ho sperato nel Bologna - bisognoso di un sostituto come d.s. dopo l'addio di Corvino - che ha poi virato altrove. Del resto, chi prenderebbe un d.s. con così poca prospettiva e capacità di guardare oltre il proprio naso? Giusto qualcuno ai minimi storici.
E infatti eccoci qua. Ferrero va difeso solo su una cosa: per ora, i bilanci non parlano della Samp come un nuovo Parma. Tutto è abbastanza sano, se non fosse che le prospettive sportive invece disegnano scenari incolori. Nessuna intuizione sul mercato, per ora il minimo sindacale in sede di calciomercato.

Com'è finito il nostro 2015-16.

Mentre la società cerca di distrarre i tifosi con l'iniziativa #70diNoi, non si muove una foglia. Gira qualche nome, ma sono persino di meno rispetto alle ultime estati. Questo perché l'impressione è che - nonostante Montella sia rimasto - non ci sia una linea comune da seguire. O meglio una c'è, quella delle cessioni.
Attenzione: io non sono contro. Se arriva lo Spartak Mosca e offre 13 milioni per Fernando, lo DEVI cedere. Sopravvivere con queste operazioni è importante. Mi dispiace che Mr. Porto il cazzo via da qui in due settimane Roberto Soriano sia ancora sotto contratto con la Samp, ma la sua pessima seconda parte di 2015-16 ha condizionato gli eventuali compratori.
De Silvestri è un altro possibile partente, ma anche in quel caso le spalle sarebbero coperte (Pedro Pereira, fatti valere con Vincenzo). Il problema è che dal lato arrivi c'è una desolazione spaventosa. Anzi, nonostante il bilancio sia a posto, la Samp deve ancora pagare il Torino per il riscatto di Fabio Quagliarella, tutto da rivedere nella prossima stagione.
Intanto, con poca lungimiranza, la Samp ha ceduto Pawel Wszolek, autore di un'ottima stagione a Verona. L'Hellas l'ha riscattato per una cifra irrisoria (1,8 milioni di euro), quando l'operazione giusta sarebbe stata rinnovare e aspettare qualcun altro. Proprio questo modus operandi mi spaventa.
Quello che porta a pensare che Castan sia una valida alternativa per la difesa dopo sette presenze in due anni a Roma. Lo stesso per il quale prendere Matias Suarez - attaccante dell'Anderlecht che già da sei mesi aveva dichiarato che avrebbe lasciato Bruxelles - è impossibile, tanto che Suarez ha firmato con il Pescara per sostituire Lapadula.
In tutto questo, alla voce "arrivi" c'è un desolante zero. E il caso Cassano tiene banco: di caso c'è poco, perché l'addio è praticamente certo. Ma siamo sicuri di poter rinunciare a uno che ha comunque sfornato sei assist con una forma precaria, se le alternative non ci sono?
Qualche tempo fa, i Ministri cantavano: "Veramente vivo in tempi bui / e non è per rovinarti il pranzo / che ti dico arriva la marea / e tu la scappi per entusiasmo". Peccato che l'entusiasmo - a un mese dalla celebrazione per i 70 anni della Samp - io non lo veda proprio. Neanche col binocolo.

Antonio Cassano, 33 anni, probabilmente non sarà nella Samp 2016-17.

09 maggio 2016

Un anno da dimenticare.

Ci è voluta qualche ora per sbollire non tanto la rabbia, quanto lo smarrimento nel vedere lo spettacolo del "Ferraris" di ieri pomeriggio. Spesso si parla (a sproposito) del derby che «cambia la stagione», anche se quest'annata non sarebbe stata salvata neanche da una stracittadina stra-vinta. Invece, il 3-0 finale del Genoa su(i resti de)lla Samp è stato svilente.

La Gradinata Sud colorata per l'occasione: una delle poche cose da salvare.

Le due squadre si presentano con moduli speculari. Con le assenze a centrocampo, Montella decide di schierarsi a specchio per prevenire le avanzate avversarie. A sorpresa, c'è Cassano dall'inizio accanto a Quagliarella. Per Gasperini il 3-5-2 vede Suso in appoggio a Pavoletti, con Laxalt e Ansaldi sulle fasce, mentre Rigoni è leggermente più avanzato rispetto al resto della mediana.
Pronti, via e la Samp è subito in svantaggio. In un delirio collettivo difensivo, il Genoa va in vantaggio. Rigoni (solo) serve Ansaldi in corsa, che taglia la difesa blucerchiata come il burro (non seguito da Dodô) e mette in mezzo: il cross non è granché, ma Viviano scivola e Silvestre si perde Pavoletti, che segna l'1-0 e il terzo gol in un derby della Lanterna.
Il vantaggio ammazza una Samp già poco brillante. Tre minuti e c'è pure il rischio del raddoppio "ospite", con Dzemaili che tenta di cogliere Viviano fuori dalla porta da 40 metri. Il Genoa sembra padrone della partita, tanto da raddoppiare al 26': Suso punta Cassani, si sposta il pallone sul mancino e neanche l'ulteriore marcatura di Silvestre gli impedisce il tiro.
Dopo il 2-0, lo spagnolo esulta sotto la Sud in maniera provocatoria, ricordando Palladino quasi sette anni fa e causando l'ira di Viviano, che si becca un giallo. Peccato che i blucerchiati siano inesistenti, aggrappati alla venia di un Cassano che gioca da fermo. La Samp è tutta nell'occasione del minuto 33, quando Cassano pesca Soriano, che però centra Lamanna da buona posizione.
Pavoletti (due volte) e Rigoni hanno persino l'occasione per il 3-0, se non fosse che per poca precisione o per la difesa blucerchiata il terzo gol non arriva. Si va all'intervallo con la consapevolezza che c'è bisogno di un secondo tempo diverso: peccato che il canovaccio sarà praticamente identico.
La Samp ha qualche folata, ancora grazie a Cassano, che mette Quagliarella solo davanti a Lamanna: peccato che il 27 blucerchiato spara addosso al portiere del Genoa. Il Genoa gestisce: ogni tanto si fa vedere con qualche tiro dalle parti di Viviano, ma pensa prima di tutto a non prenderle. Ansaldi e Laxalt sono l'incubo della difesa doriana.
Le speranze di pareggio si chiudono con due fotografie. La prima al minuto 74, quando il Genoa segna il 3-0 in contropiede. Pessima gestione del pallone di Correa, che sbatte su Sala e regala ai rossoblu un contropiede in campo aperto. Cassani sbaglia il fuorigioco e Laxalt si presenta davanti a Viviano, che lo ferma. Sulla ribattuta, però, Pavoletti serve Suso per il 3-0 a porta vuota.
Due minuti più tardi, la giornata si conferma storta: gran destro di Fernando dai 25 metri, traversa a Lamanna battuto. Sulla respinta, Quagliarella è solo per schiacciare di testa in rete, ma la sua incornata finisce tra le braccia del portiere avversario. Paradossalmente, sono Pavoletti e Tachtsidis a sfiorare il 4-0. Finisce con uno scarto magari troppo grande, ma con un derby a senso unico.

Suso, 22 anni: seconda nel derby di Genova, doppietta al ritorno.

Viviano 5.5; Diakité 5, Sivlestre 5, Cassani 4.5; De Silvestri 5 (dal 12' s.t. Correa 5), Soriano 4.5, Palombo 4.5 (dal 27' s.t. Sala 5.5), Fernando 5, Dodô 4; Cassano 6; Quagliarella 4.5 (dal 39' s.t. Muriel s.v.) - già pubblicate su SampNews24

Spesso si parla (a sproposito) di supremazia cittadina. Forse perché sono di Roma e non vivo la rivalità annuale, ma non può fregarmene di meno se i risultati sono questi. La stagione è stata brutta al di là del pessimo derby giocato ieri. E per chi parla un po' più di presente e meno di storia, dal ritorno del Genoa in A la Samp è stata davanti solo quattro volte su otto stagioni.
Rivalità cittadina a parte, ora si parla anche di Montella e del suo futuro. Ieri il tecnico ha voluto accusare apertamente Osti di ingraziarsi i tifosi invece di guardare la realtà e oggi leggo di un suo possibile approdo in nazionale. Per l'Italia sarebbe una gran notizia. Per noi anche: al di là del bene che gli voglio, Vincenzino ha dimostrato di esser un grande allenatore, ma non un fine psicologo. Forse ciò che sarebbe servito di più a questi ragazzi.
E la società? Osti ha fatto delle dichiarazioni da compitino a fine gara. Ferrero si è divertito con il drone e poi ha abbandonato la barca a un quarto d'ora dalla fine dopo il 3-0 di Suso. C'è da chiedersi cosa c'è dietro il suo arrivo: viene quasi da dare ragione a chi pensa che Ferrero sia un prestanome per evitare ai Garrone troppa attenzione mediatica sulla loro (pessima) gestione post-2011.
Certo, sarei ingiusto se non mettessi in mezzo anche i giocatori. Forse in generale l'ambiente è il problema. In cinque stagioni post-retrocessione, quattro sono state un fallimento. Sì, anche quella del 2011-12, dove si è risaliti in A, ma solo tramite i play-off dopo aver promesso di ammazzare la B. Si è iniziato con un 0-4, si finisce con un 0-3. Protagonisti diversi, ma l'anno è comunque da dimenticare.

Vincenzo Montella, 41 anni: che ne sarà di lui?

06 marzo 2016

Si respira.

Da quant'era che non si respirava a pieni polmoni? Dopo aver inspirato molta melma (per esser gentili), la Samp riemerge quando serve. Dopo il 2-0 al Frosinone della scorsa domenica, ieri è arrivato un successo molto convincente in casa dell'Hellas Verona. Il 3-0 sta persino stretto alla truppa di Montella, che ha giocato un'ottima gara in un momento fondamentale della stagione.

L'appello dei tifosi blucerchiati per l'Hellas a provarci fino alla fine.

La Samp si presenta a Verona per quello che è uno spareggio a tutti gli effetti. Specie per i padroni di casa, visto che l'Hellas di Delneri deve macinare punti per risalire la classifica. Solito 4-4-2 per gli scaligeri, con l'ex Wszolek sulla fascia destra. Si conferma il 3-4-2-1 in casa Samp, con Montella che schiera Cassano al posto dello squalificato Correa.
I primi 10' degli ospiti sono devastanti. Già al 2' Cassano serve Quagliarella in profondità: sponda per Álvarez, ma il mancino dell'argentino è respinto da Gollini. Poco importa, perché tre minuti più tardi arriva il vantaggio: altra palla di Cassano per Quagliarella, solo in area. Il 27 blucerchiato centra Gollini in uscita, ma sulla respinta al limite dell'area Soriano risolve in rete.
Cinque minuti e arriva anche il raddoppio: brutto errore di Fares su lancio di Christodoulopoulos, con il difensore gialloblu che scivola e lascia spazio a Quagliarella. L'attaccante cerca di saltare Gollini e tira, ma la conclusione impatta sulla traversa. Fortuna che sulla respinta c'è ancora qualcuno, con Cassano che deposita il 2-0 a porta vuota.
La partita sembra ben incanalata, ma l'Hellas non ci sta: subito Siligardi mette in mezzo per Toni, ma Viviano in uscita a valanga sventa il pericolo. Fernando perde qualche pallone sanguinoso, ma per fortuna i padroni di casa sprecano alcune ripartenze (o ci mette una pezza Cassani). La partita sembra calmarsi, ma l'ennesimo colpo è dietro l'angolo.
Al 30', la Samp triplica il vantaggio: De Silvestri mette in mezzo un pallone ben calibrato, Gilberto manca l'intervento e Christodoulopoulos si esibisce in uno straordinario gesto atletico, con una girata in semi-rovesciata dal centro dell'area. Palla nell'angolo e partita sentenziata: il 3-0 sembra veramente una montagna troppo grande da scalare.
Gli ospiti potrebbero ulteriormente arrotondare, con la difesa dell'Hellas che lascia buchi enormi. Prima Helander ferma Quagliarella, poi è lo stesso 27 doriano a sfiorare il palo dalla distanza e a mangiarsi - nel senso letterale della parola - un'incredibile occasione solo davanti a Gollini. Finisce il primo tempo con la sensazione di qualcosa di inedito: un dominio assoluto.
La Samp torna in campo con un ritmo un filo più blando, a gestione del risultato. Tuttavia, ci sono ancora chance per il poker: sfumano contropiedi e occasioni nitide, mentre l'Hellas si sveglia dal torpore con Toni, che però di tacco centra ancora Viviano. Soriano e Cassano provano ad arrotondare, ma non centrano adeguatamente lo specchio.
L'ultimo squillo dei padroni di casa è un destro dalla distanza di Juanito Gomez all'86', respinto da Viviano in angolo. È la resa definitiva, quella che sancisce la chiusura effettiva di una partita forse conclusasi sullo splendido gesto atletico di Lazaros. La Samp sale a quota 31, l'Hellas rimane a 18 (-9 dal Palermo quart'ultimo) e forse deve dire addio alla Serie A.

Vincenzo Montella, 41 anni, con Gigi Delneri, 65, sullo sfondo.

Viviano 6.5; Cassani 7, Ranocchia 6, Moisander 6.5; De Silvestri 7, Fernando 6, Soriano 7 (dal 28' s.t. Barreto 5.5), Christodoulopoulos 6.5 (dal 11' s.t. Silvestre 6); Álvarez 7, Cassano 7.5 (dal 33' s.t. Muriel s.v.); Quagliarella 6 - già pubblicate su SampNews24

Quanto tempo era che mancava una striscia vincente in casa Samp? Da almeno due mesi, quando i blucerchiati superarono Palermo e Genoa al Ferraris a cavallo tra 2015 e 2016. Una doppia clean sheet, invece, non aveva luogo dal marzo 2015, quando la Samp mise a segno tre vittorie consecutive contro Cagliari, Roma e Inter con Viviano imbattuto e cinque gol segnati.
Diciamo che questi sei punti sono arrivati al momento giusto. Le partite contro Frosinone e Hellas erano degli spareggi a tutti gli effetti, se non altro per "ammazzare nella culla" le residue speranze di salvezza delle due compagini. Ora la zona pericolante è a otto punti (il Frosinone ospiterà oggi l'Udinese) e si può respirare un po', dopo tanto patimento d'animo.
La classifica vede ora altre squadre in maggior difficoltà: mi viene in mente il Palermo di Iachini, che fa una fatica incredibile a ottenere risultati e oggi va in casa dell'Inter. Da inizio anno penso che l'Udinese di Colantuono rischi, ma per ora i risultati - di riffa o di raffa - sono arrivati. Certo, perdere in casa del Frosinone sarebbe una bella mazzata per i friulani.
Ora la Samp ha un'occasione d'oro per chiudere il discorso-salvezza. Le prossime due gare saranno al Castellani di Empoli e poi in casa contro il Chievo. Entrambe le formazioni sembrano avere un po' mollato, fermo restando che sono due squadre molto diverse. All'andata furono due pareggi; il ritorno - con due eventuali vittorie - potrebbe chiudere qualunque preoccupazione arretrata.

Antonio Cassano, 33 anni, ieri ha illuminato il Bentegodi con le sue giocate.

18 gennaio 2016

Chi mal comincia.

C'è un andazzo che recita: chi ben comincia, è a metà dell'opera. Non si può dire altrettanto per il girone di ritorno della Samp, che inizia come peggio non potrebbe. Il 2-1 subito dal Carpi al Braglia di Modena - di fronte a molti tifosi blucerchiati presenti in Emilia - apre la seconda parte di campionato nel modo più sbagliato possibile.

Joaquin Correa, 21 anni, al primo gol con la Samp in A.

La Samp si presenta a Modena per iniziare al meglio il girone di ritorno dopo la sconfitta contro l'inarrestabile Juve di questi tempi. Con l'assenza di Moisander (squalificato), Silvestre è di nuovo al centro della difesa. La novità è la partenza di Correa dall'inizio, mentre il Carpi si schiera con il consueto 4-5-1: Mbakogu è l'unica punta.
Il primo quarto d'ora mostra agli spettatori una gara molto brutta, perché gli emiliani sono una squadra puramente conservativa e la Samp non riesce a mettere insieme tre passaggi di fila. Al 13' spunta un gol di Cassano di testa, ma la rete viene annullata per il fuorigioco di partenza del 99 ospite. Ci vogliono 25 minuti per la prima occasione seria della gara.
Una ripartenza di Correa - 50 metri palla al piede! - permette alla Samp di prendere il Carpi scoperto. L'argentino serve Soriano, che crossa in mezzo per Cassano: l'attaccante centra Belec, che sulla respinta si ripete su Fernando, imbeccato sempre da Correa. Purtroppo, lo svantaggio per i blucerchiati è dietro l'angolo.
Al 27' Di Gaudio tenta lo sfondamento in area di rigore, ma Silvestre spazza. Sulla respinta né Correa, né Fernando sono lesti al limite e Lollo li anticipa: solo in mezzo all'area di rigore, il centrocampista del Carpi trova il vantaggio e il secondo gol consecutivo dopo quello all'Udinese. L'1-0 è figlio della mollezza degli ospiti nella prima mezz'ora di gara.
Fortunatamente il pari arriva subito: imbucata di Soriano per Correa, che si muove alle spalle di Zaccardo e batte in uscita Belec. Primo gol in blucerchiato per l'argentino a un anno dal suo acquisto e fiducia a mille. Lo dimostra anche Cassano, che al 36' coglie la traversa con un gran destro a Belec battuto.
Si va all'intervallo sull'1-1, ma la beffa è dietro l'angolo. Al 53' Di Gaudio punta ancora una volta Silvestre, che lo controlla, finché Fernando non decide di buttare giù il numero 11 del Carpi. Dal dischetto Mbakogu è preciso e firma il secondo vantaggio dei padroni di casa, che intravedono la prima serie di vittorie consecutive in A.
Da quel momento in poi, il Carpi si mette sulla difensiva e agisce solo in contropiede. Con l'entrata in campo di Lasagna, gli emiliani puntano sulle ripartenze: Mbakogu (due volte) e Lasagna ci provano, ma trovano Viviano o un salvataggio super di Silvestre sulla linea. Dall'altra parte, il massimo sforzo viene prodotto con due occasioni.
La prima è di Fernando, che - nonostante una prestazione ingenua e insoddisfacente - coglie il palo da 30 metri a Belec battuto. La seconda è di Muriel: servito in area, il colombiano di mancino centra il portiere avversario da cinque metri. Sulla ribattuta, la conclusione è anche peggiore e il pericolo è sventato.
Le cose vanno così male che è più il Carpi a sfiorare il terzo gol - ancora Lasagna in contropiede - che la Samp a trovare il pareggio. A nulla servono i cambi e le urla di Montella (o l'incazzatura di Viviano a fine gara). Il Carpi batte la Samp, che soffre la seconda sconfitta esterna contro le neo-promosse. A Bologna bisognerà giocare tra due settimane...

Jerry Mbakogu, 23 anni, decide la gara su rigore.

Viviano 6; Pedro Pereira 5.5 (dal 18' s.t. Carbonero 6), Silvestre 6.5, Zukanovic 6, Regini 6; Barreto 5.5 (dal 18' s.t. Muriel 5), Fernando 5, Soriano 5.5; Éder 5, Cassano 6, Correa 6+ (dal 34' s.t. A. Rodriguez s.v.) - già pubblicate su SampNews24

Il campo parla di una sconfitta non dico meritata, ma certamente dura da mandar giù. Soprattutto per quanta poca voglia ha mostrato il gruppo in una situazione del genere. In confronto i sessanta minuti di nulla contro la Juve sono stati acqua rinfrescante. E intanto il mercato - al 17 gennaio - non racconta di alcuna operazione in entrata o in uscita.
Una situazione senza precedenti, un po' come quella del Carpi. Non sarà la prima squadra che decide deliberatamente di giocarsela in contropiede, ma la compagine allenata da Castori è certamente quella più che aborra il gioco manovrato e che si affida a spunti e singoli episodi. Così ha vinto e così vincerà fino alla fine del campionato, ma la salvezza rimane lontana.
Qualcuno adesso teme di finire in B, di avvicinarsi alla zona retrocessione, lontana sei punti e che vede nel posto più alto proprio gli emilani. Onestamente non credo ci sia questo pericolo: dietro vanno molto piano e non vedo possibilità di accelerare. Se la Samp imbroccherà adeguatamente 4-5 partite da qui alla fine dell'annata, la salvezza sarà garantita.
Piuttosto preoccupa la flebile tenuta psicologia di questa squadra. Ieri il Carpi non ha vinto perché meritava, ma ha vinto perché l'avversario che aveva di fronte non ha praticamente giocato nella ripresa. Con la Samp molle vista nel secondo tempo, la rimonta contro una squadra chiusa nella propria metà campo era praticamente impossibile.
E ora c'è il Napoli di Sarri, quel Sarri rigettato velocemente da Ferrero e che oggi invece guida la classifica con merito. Il Napoli è una bella macchina, di classe e con un propulsore velocissimo chiamato Higuain. Sarà difficile fermarlo: il 2-2 dell'andata è un ricordo lontanissimo. E chi mal comincia, del resto, non può mai esser contento.

Tanti i tifosi presenti al Braglia di Modena per la sfida di ieri.

12 gennaio 2016

Una montagna.

Ci sono alcune salite che sono più difficili di altre. Stavolta la Samp non ce l'ha fatta a scalare una montagna troppo grande per lei: il 2-1 della Juventus ai blucerchiati in quel di Marassi racconta meno di quella che la gara ha fatto vedere. La partita di ieri sera ha dimostrato come non sia un caso che la Juve abbia conquistato nove successi consecutivi.

La Gradinata Sud al suo meglio per la partita contro i bianconeri.

Per l'ultima del girone d'andata, la Samp punta sempre sul 4-3-3 visto negli ultimi tempi: l'unico cambio è sulla fascia destra di difesa, dove Cassani subentra all'infortunato De Silvestri. La Juventus si presenta a Genova reduce da otto vittorie consecutive: il 3-5-2 iniziale dà spazio a Rugani dal primo minuto. Davanti la coppia Morata-Dybala.
Il primo tempo della Samp è quasi completamente assente. La tattica sembra quella già vista contro il Genoa: attendere l'avversario e coglierlo in contropiede. Tuttavia, il terzetto difensivo della Juve non è la linea a quattro del derby e quindi questi attacchi a sorpresa non si concretizzano mai, complice anche la scarsa precisione di passaggio dei blucerchiati.
Non è una sorpresa che la Juve domini incontrastata con il minimo sforzo. A segnare il vantaggio è Pogba al minuto 15: dopo aver tentato di battere Viviano dalla distanza qualche secondo prima, il francese vince un contrasto con Cassani in area e di mancino batte il portiere blucerchiato. Il sinistro è velenoso, ma c'è il dubbio che Viviano potesse fare qualcosa in più.
In fase di costruzione, Fernando sbaglia molto e Cassano latita in mezzo alle maglie rosa degli ospiti. Così è ancora la Juve a sfiorare il gol, seppur occasionalmente: in una partita bruttina, Dybala mette dentro una punizione che attraversa tutta l'area e Viviano sventa in corner. Il primo tempo si chiude con poco da registrare, ma la Juve è in vantaggio.
Il problema è che basta appena un minuto della ripresa per vedere il raddoppio degli ospiti: Zukanovic non copre la linea di passaggio fornita da Dybala e l'argentino trova Khedira solo in mezzo all'area. Basta un tocco morbido e Viviano è battuto per il 2-0: la strada - già prima in salita - si fa una montagna.
Ciò accade anche perché la Samp non tira in porta. Non lo fa neanche al 59', quando Cassano comincia a illuminare la serata e trova Éder, ma l'incornata del nuovo capitano blucerchiato (Soriano è uscito al 35' del primo tempo per giramenti di testa) va fuori. E qualche minuto dopo la partita rischia di chiudersi.
Prima Dybala costringe Viviano in corner, poi Hernanes trova Morata solo in area: perso da Barreto, lo spagnolo spreca il match-point del 3-0. Il calcio è maestro e allora Cassano un minuto dopo accorcia le distanze: bello lo scambio con Carbonero e la girata rapida in area di rigore del 99, che trova il primo gol dal rientro in blucerchiato quest'estate.
La Samp comincia a crederci, ma tra il dire e il fare c'è di mezzo la Juve. Che rallenta i ritmi, ma non molla. Pogba spreca una buona occasione servito dall'onnipresente Dybala, poi è Viviano a evitare il 3-1 su cross deviato di Evra. La Samp ha la migliore occasione con Zukanovic, ma il colpo di testa del bosniaco finisce alto: è 2-1 per gli ospiti, che festeggiano ancora nella rincorsa al Napoli capolista.

Paul Pogba, 22 anni, ha segnato il gol dell'1-0 per la Juve.

Viviano 5.5; Cassani 5, Moisander 5, Zukanovic 5, Regini 5.5; Soriano 5.5 (dal 36' p.t. Ivan 6), Fernando 5.5, Barreto 5 (dal 27' s.t. Muriel 5); Carbonero 6, Cassano 6.5, Éder 5 (dal 39' s.t. A. Rodriguez s.v.) - già pubblicate su SampNews24

Mi rendo conto di esser molto pesante, ma la pochezza dimostrata dalla Samp nel primo tempo e in buona parte della ripresa è stata imbarazzante. Neanche un tentativo di tiro in porta, con l'unica occasione che è risieduta in una punizione respinta di Fernando. Poi il gol di Cassano ha permesso di vedere un finale acceso.
Va ricordato, però, che l'occasione fallita da Morata per il 3-0 - un minuto prima che la Samp accorciasse le distanze - ha in realtà mascherato il dominio bianconero a Marassi. Una forza dirompente quella della Juve: la vittoria non è arrivata tramite la forza bruta, perché la Juve non ha giocato benissimo, ma ha saputo cogliere le occasioni giuste al momento giusto.
Di contro, c'è da dire che Cassano è tornato alla grande dalle vacanze natalizie. Anche lui è rimasto travolto dal controllo della gara da parte della squadra di Allegri, ma nella ripresa è riuscito a emergere, diventando ancora una volta il centro del gioco della Samp. E per la prima volta ha giocato 90' interi durante questa stagione.
Notizie incoraggianti in vista della trasferta di Modena, dove la gara contro il Carpi inaugurerà il girone di ritorno. L'andata è stata chiusa a 23 punti, previsione impossibile dopo l'esonero di Zenga e l'inizio difficile per Montella. Si spera che 45-50 punti possano esser fattibili, in modo da chiudere il discorso salvezza il prima possibile (dietro non è che corrano, eh...).
Ora c'è il mercato, che deve dare a Montella quel che serve. O almeno fornire qualche parvenza di esperimento, in vista della prossima estate, quando l'Aeroplanino partirà dall'inizio. Lui non pare scomporsi di fronte alle difficoltà, lo stesso dovranno fare dirigenza e giocatori. Le montagne da scalare sono appena iniziate in questo 2016.

Antonio Cassano, 33 anni, ieri il migliore tra i blucerchiati.